Si getta dal quarto piano dell’ospedale: medici a processo per omicidio colposo

La moglie ha un ricordo preciso dell’ultima volta che ha visto vivo il marito. «Erano le 18, aveva la flebo e i medici mi hanno detto che con la terapia avrebbe dormito tutta notte. Ero tranquilla. All’una sono arrivati a casa tutti i figli e mi hanno detto quello che era successo».
La signora Francesca parla in un’aula di tribunale, senza però riuscire, per la commozione, a completare la frase e a raccontare la causa del decesso del marito. «Non ci credevo e mi sembrava impossibile». Quella morte, avvenuta quattro anni fa, ora è al centro di un processo a carico di cinque medici, accusati di omicidio colposo. Il loro paziente, un cinquantenne padre di cinque figli, si è tolto la vita lanciandosi nel vuoto dal quarto piano dell’ospedale di Manerbio dove era ricoverato in seguito ad un tentativo di suicidio. Un crollo emotivo dopo che pochi giorni prima aveva saputo che l’azienda per la quale lavorava l’avrebbe messo in cassa integrazione con decurtazione dello stipendio.
In ospedale, secondo l’accusa, non sarebbe stato trattato da paziente a rischio di gesti autolesionistici, ma come un degente chirurgico. «Con condotte colpose tra loro indipendenti, avendo l’obbligo giuridico di impedire l’evento, cagionavano per colpa la morte dell’uomo» è la ricostruzione del pubblico ministero Claudia Moregola.
La vicenda
A processo, iniziato davanti al tribunale di Brescia, ci sono una psichiatra 39enne del Civile, un medico 62enne del Pronto soccorso di Manerbio e tre colleghi, di 42, 55 e 56 anni dell’Unità di Osservazione Breve Intensiva del Reparto di Chirurgia dell’ospedale bassaiolo. Tutti i professionisti cioè che in tempi diversi hanno preso in carico il paziente.
Il 2 febbraio l’uomo, appresa la notizia dell’imminente cassa integrazione, finisce al Civile dove la psichiatra diagnostica una crisi d’ansia. «Incompatibile però - ritiene l’accusa - con l’importante terapia sedativa, antidepressiva e antipsicotica prescritta» e avrebbe anche omesso «di annotare la manovra contenitiva di emergenza che s’era necessaria nel corso della visita». E non ha disposto «il ricovero del paziente in un ambiente psichiatrico protetto come imponeva l’estrema gravità delle anomalie comportamentali mostrate».
L’uomo viene dimesso, ma due giorni più tardi torna in ospedale. Questa volta a Manerbio, dopo aver tentato di togliersi la vita con una coltellata. Viene ricoverato nell’Unità di Osservazione breve Intensiva e non in psichiatria «come consigliato quando vi sia stato un gesto autolesivo recente in presenza di un evento di vita di particolare valenza traumatica quale la perdita del posto di lavoro».
Trasferito in camera con altri due pazienti «al quarto piano dell’ospedale e senza che vengano adottate precauzioni impeditive della prevedibile condotta suicidaria». E nella notte del 5 febbraio entra nel bagno della stanza, apre la finestra e si lascia cadere nel vuoto.
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