C’è chi ci passa davanti ogni giorno, chi soltanto quando torna al paese d’origine e chi la incontra attraversando il passo per una gita fuori porta. La santella di San Rocco, all’omonimo valico che separa la Valsabbia dalla Valvestino, è lì da tempo immemorabile, testimone silenziosa del passaggio di generazioni di capovallesi. Il tempo, però, aveva lasciato il segno. La vernice della statua era deteriorata, il bastone con la caratteristica zucca era scomparso e le intemperie avevano scrostato le pareti della piccola costruzione. A restituire dignità e bellezza all’antica santella ci hanno pensato i volontari della Protezione civile di Capovalle, guidati da Gianfranco Graziotti, con il prezioso contributo dell’alpino Michelangelo Lombardi e di Roberto Braga, esperto cartongessista.

Un intervento realizzato interamente grazie alla disponibilità di chi ha messo a disposizione tempo e competenze, mentre la famiglia Beltrami ha sostenuto le spese per l’acquisto dei materiali. Una generosità che affonda le radici nella storia dell’emigrazione capovallese. Pietro Beltrami aveva lasciato il paese per cercare fortuna in Svizzera, dove aveva conosciuto Incoronata, una donna originaria del Sud Italia, con la quale aveva costruito la propria famiglia. I loro quattro figli hanno mantenuto un forte legame con Capovalle, dove tornano spesso. Uno di loro, Edoardo, ha voluto finanziare il restauro, trasformando l’affetto per il paese dei genitori in un gesto concreto. Per ricordare Pietro e Incoronata, i volontari hanno collocato una targa commemorativa accanto alla santella.
La scoperta
C’è anche una curiosità emersa durante la preparazione dei lavori. Nel richiedere le necessarie autorizzazioni, i volontari hanno scoperto che la santella non risulterebbe appartenere né al Comune né alla parrocchia. Un piccolo patrimonio che sembra appartenere soprattutto alla devozione popolare, custodito nei secoli dalla comunità.

San Rocco, tradizionalmente invocato come protettore contro le epidemie, torna così a vegliare sul passo e su quanti lo attraversano. A raccontare sui social il recupero è stata una riflessione che si conclude con una frase: «Le mani che aiutano sono più sante delle labbra che pregano». Un pensiero che riassume bene il significato dell’iniziativa: prendersi cura del proprio territorio significa anche custodirne la memoria, le tradizioni e quei piccoli segni di fede che raccontano la storia di una comunità.



