Un fenomeno difficile da quantificare, ma che chi lavora ogni giorno con i minori stranieri non accompagnati conosce bene. Il consumo di Rivotril e altri psicofarmaci emerge anche nei percorsi di accoglienza e presa in carico dei ragazzi. Alessandro Augelli, presidente della cooperativa sociale «Il Calabrone», racconta che cosa osservano gli operatori sul territorio bresciano, quali interrogativi restano aperti sull’approvvigionamento delle sostanze e quali strumenti possono aiutare a interrompere il percorso che dalla dipendenza può portare alla marginalità e, in alcuni casi, alla criminalità.
Presidente, quanto è diffuso il consumo di psicofarmaci tra i minori stranieri non accompagnati?
Non disponiamo di dati quantitativi specifici. Esistono rapporti nazionali sulle dipendenze, ma non una fotografia precisa di questa realtà. L’esperienza sul campo, però, ci dice che moltissimi ragazzi, soprattutto provenienti da alcune aree del Nord Africa, arrivano con un consumo pregresso di Rivotril e altri psicofarmaci. Spesso li assumono quotidianamente già da settimane, talvolta da mesi. Possiamo parlare di vere e proprie situazioni di dipendenza.
Perché cominciano ad assumerli?
Probabilmente per sopportare condizioni di vita estremamente difficili, prima, durante e dopo il viaggio migratorio. Non sappiamo però ancora con certezza come inizi il consumo. Una delle questioni da approfondire è se siano gli ambienti giovanili di provenienza a favorirlo oppure se esistano meccanismi organizzati, legati anche ai percorsi della tratta, che abituano i ragazzi all’assunzione di queste sostanze.
Quali conseguenze possono avere sui comportamenti?
In alcuni casi osserviamo una correlazione tra consumo di sostanze e commissione di reati. Non sappiamo stabilire un rapporto di causa ed effetto, ma il Rivotril può provocare una sorta di dissociazione, attenuando la componente emotiva e la consapevolezza delle proprie azioni. Non è una giustificazione dei comportamenti illeciti, ma un elemento che dobbiamo considerare per comprenderli.
Come riescono a procurarsi questi farmaci?
È un interrogativo importante. Non parliamo di sostanze prodotte in laboratori clandestini, ma di medicinali realizzati da aziende farmaceutiche. Garantirne una disponibilità costante richiede canali di approvvigionamento. È ragionevole interrogarsi sull’esistenza di un’organizzazione e sugli interessi economici che potrebbero esserci dietro.
Come si affronta il problema a Brescia?
Non esiste una ricetta. Serve una rete tra servizi sociali, strutture di accoglienza e servizi per le dipendenze. A Brescia questa rete esiste, è consolidata e dialoga. Non è affatto scontato: è fondamentale che gli adulti che si occupano di questi ragazzi condividano obiettivi e modalità di intervento.
Che cosa servirebbe per prevenire queste situazioni?
Un’accoglienza vera, con percorsi educativi intensivi, accompagnamento interculturale e sostegno adeguato. Non basta garantire un letto. Finché, a livello nazionale, l’accoglienza dei minori sarà considerata un parcheggio temporaneo, senza reali prospettive di integrazione e cittadinanza, sarà difficile incidere sulle loro fragilità. L’educazione non risolve tutto, ma può fare una differenza decisiva nelle loro storie e ridurre il rischio che finiscano nei circuiti della criminalità.



