Il referendum delle distanze e della fiducia: voci dai seggi bresciani

C’è chi dice la sua per abitudine, chi si confonde sul quesito, chi sceglie l’astensionismo. E in tanti confessano: «Non ho capito, ma seguo il partito»
Via vai costante al liceo classico Arnaldo - Foto Marco Ortogni/Neg © www.giornaledibrescia.it
Via vai costante al liceo classico Arnaldo - Foto Marco Ortogni/Neg © www.giornaledibrescia.it
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«Non ho capito, ma seguo le indicazioni del partito». La frase arriva senza enfasi, come una pratica chiusa. Non è vero che ignorano il discorso, gli elettori. Del referendum parlano, eccome. Ma come si parla delle cose che non scuotono gli animi, più per «partito preso» (appunto): tra un caffè e una brioche, tra una battuta e una scrollata di spalle, nell’intermezzo di una conversazione sui compiti assegnati ai bambini. Come se la difficoltà non fosse scegliere, ma fermarsi a capire.

Nei seggi bresciani la scena si ripete con variazioni minime: chi entra deciso e poi rallenta davanti al tavolo, chi chiede se serve il quorum, chi vota per abitudine dichiarata, chi resta sulla soglia più a lungo del previsto. Non è disinteresse puro: la partecipazione c’è. È una forma più sottile di disallineamento: tra la domanda e la risposta, tra il gesto e il suo significato.

Generazioni a confronto

Sezione 901, ore 14. Entra una coppia di anziani: «Mezz’ora per arrivare, siamo lenti ormai». Lui davanti, metodico nei movimenti. Lei dietro, con una borsa di stoffa troppo grande per una cosa così breve. Si fermano un attimo all’ingresso, senza motivo. «È qui?». «Sì, è sempre qui». Lei, Elide, non entra subito: ha i suoi rituali. Apre la borsa, sfila il documento, un fazzoletto piegato con cura, le schede elettorali conservate nella custodia trasparente. Le guarda un attimo, poi si incammina. Il marito osserva. «Una volta - gli dice lei - si capiva subito cosa si faceva qui dentro, perché venivi al seggio, per cosa eri chiamata a dire la tua. Ora, la fatica che faccio a camminare è la stessa per capire quale sia il punto. Comunque, han detto di far così e io li ascolto». Il marito sorride: «Forse adesso ci si pensa di più. O forse siamo solo troppo vecchi per capire». Alla fine entrano.

I cittadini alle urne - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
I cittadini alle urne - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it

Tre numeri più in là, Giorgia - 26 anni, una laurea in filosofia che le ha consegnato insieme il broncio e una vita di attese, tra supplenze e mesi di vuoto - è scocciata: «I miei amici non voteranno e un po’ li capisco. Insomma: ci sono centinaia di temi su cui sarebbe il caso di fare un referendum, ma di una materia così tecnica, secondo loro, cosa ne so io?». Di dare forfait, però, proprio non le andava: «La mia generazione non è menefreghista. Semmai, è la politica che se ne frega delle priorità che ci riguardano, ma ci rifilano scelte di cui dovrebbero assumersi la responsabilità in Parlamento». Si accoda alla conversazione Aldo, 45 anni e due figlie al seguito: «È vero: è una questione tecnica. Ma alla fine, come tutti i voti, è una scelta politica. E siccome so da che parte politica stare, voterò di conseguenza».

La fila si allunga. Anche perché compare un’altra categoria: quella degli accompagnatori. «No no, non entro: io il referendum lo esercito ogni giorno: guardo i prezzi, l’aria, gli stipendi. La politica, oggi, è fuori tempo massimo». Marco - 54 anni, giacca leggera e passo veloce - firma, prende la scheda, entra in cabina e ne esce in meno di un minuto: «Fatto. Non che sia convinto, ma qualcosa bisogna fare. È come quando apri la finestra in una stanza chiusa da troppo: magari entra poca aria, ma intanto inizi».

Riflessioni

La sensazione è quella di una partecipazione diligente ma senza sentimento, come se il referendum scorresse accanto alla vita più che dentro. In fondo alla giornata, restano due parole: distanza e fiducia.

La distanza tra il quesito e il suo impatto; la distanza percorsa dalla signora Elide per raggiungere il seggio e imbucare la scheda «perché è giusto»; la distanza tra chi dice «non entro» e chi si arrabbia, tra persone che attraversano lo stesso luogo senza avere la stessa ragione per farlo. La distanza tra chi chiede cosa cambia e chi non lo chiede più. I seggi non sono vuoti, sono pieni di queste distanze. E poi - a grande sorpresa - c’è la fiducia: quella involontariamente ascritta agli schieramenti politici («non so, ma mi affido» era una frase che non si sentiva da tempo). I seggi allora non sembrano né pieni né vuoti: restano come sospesi, pieni di passi e di esitazioni. Come Elide. 

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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