L’esito del referendum e le scelte della premier

Ormai è chiaro che, nonostante i tentativi meritori di spiegare i veri contenuti della riforma della giustizia e le vere ragioni del sì e del no, tutto è finito per trasformarsi in un referendum pro o contro Giorgia Meloni (al quale lei non si è affatto sottratta, pur dicendo che al voto non è legato il destino del governo).
In effetti, se delineassimo i possibili scenari di un esito referendario che fosse influenzato per il 90% dalle motivazioni politiche e di parte, potremmo trarre due ordini di conseguenze.
Il primo è più semplice, perché ha una sola ripercussione: si tratta della vittoria del «no».
In questo caso, col vento dell’opinione pubblica contro e col desiderio di restare a Palazzo Chigi almeno cinque anni, la Meloni non solo non si dimetterebbe, ma farebbe durare la legislatura fino alla scadenza (settembre 2027), avendo un anno per riorganizzarsi e per preparare una campagna elettorale estiva migliore di quella del 2022 (quando vinse in modo scontato contro un avversario diviso).
Per i possibili risvolti economici della crisi internazionale in corso restare al governo ancora un anno potrebbe essere un rischio, ma andare alle urne subito con le opposizioni rafforzate dal «no» sarebbe ancora peggio.
C’è poi lo scenario della vittoria del «sì», che invece ha tre possibili esiti. Il primo è «vado all’incasso»: scioglimento delle Camere, voto a fine giugno 2026, campo largo diviso e frastornato, vittoria anche con l’attuale legge elettorale. Ma il Rosatellum rischia di non dare una maggioranza al destracentro; quindi, togliersi un anno di governo per trovarsi di fronte a un possibile Esecutivo di solidarietà nazionale sarebbe molto negativo e rischioso.
C’è allora il secondo scenario estremo, quello del voto a settembre del 2027, ma – a parte i rischi economici e geopolitici ai quali abbiamo già fatto cenno – c’è l’ipotesi che le opposizioni trovino il tempo per riorganizzarsi.
Infine, il terzo scenario, il più probabile: cambio della legge elettorale a colpi di maggioranza e voto a giugno del 2027, in modo da assicurarsi all’incirca i cinque anni a Palazzo Chigi e avere lo strumento tecnico per aggiudicarsi un premio di coalizione e vincere le politiche. Ovviamente, in tutte le ipotesi che abbiamo formulato c’è sempre un’alea di rischio, perché in politica non ci sono percorsi lineari e facili.
Però, se davvero domenica e lunedì gli italiani non voteranno sui numerosi aspetti tecnici di una revisione costituzionale (cioè di una cosa più importante e duratura di un governo) ma diranno «sì» o «no» in base alla simpatia o all’avversione per la Meloni, è probabile che le ripercussioni siano – grosso modo – quelle che abbiamo cercato di delineare.
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