Una marea ruggente, per una manciata di notti, ha invaso la provincia di Brescia. E di conseguenza i social: frotte di video che immortalano manovre pericolosissime, «drift» (sgommate) a centimetri da uno sciame di persone inebetite, pneumatici sfrigolanti sull’asfalto. Li abbiamo chiamati «raduni illegali», quasi accreditandoli come l’altra faccia della medaglia di quelli autorizzati. Nei giorni scorsi, a Monzambano, ne è andato in scena uno molto importante, il «Southern Gardasee», che di anno in anno (dal 2013) s’è fatto sempre più grande, sia in termini di dimensioni che di prestigio.
In realtà questi due mondi nulla hanno a che vedere l’uno con l’altro: «A me l’hanno scritto chiaramente, ho anche gli screenshot: “Del tuo evento non ci importa nulla, ci interessa solo sfruttarlo”». Ce lo racconta Claudio Cunial, uno dei tre fondatori del raduno mantovano: il grande ritrovo in questo caso è una calamita, ma chi sceglie l’illegalità segue regole e percorre strade tutte sue. Quelle che si snodano tra il Garda e il Veronese, negli episodi più recenti.

Cunial, andiamo con ordine: ci racconti cos’è il Southern Gardasee.
«Sono uno dei tre fondatori: io e altri amici giravamo l’Europa per partecipare a questi raduni, fino a quando non ci venne in mente l’idea di portare quel modello anche in Italia. Organizzammo le prime edizioni a Peschiera, poi ebbi delle incomprensioni con un consigliere comunale e ci trasferimmo. Per un po’ siamo stati anche a Desenzano. Oggi con Monzambano c’è sintonia. Siamo arrivati a ospitare circa 350 auto, rigorosamente selezionate».
Come funziona un raduno autorizzato?
«All’inizio accettavamo solo cinque brand: Volkswagen, Audi, Porsche, Seat e Skoda. Poi ci siamo aperti anche a macchine giapponesi, italiane… Il nostro, ad ogni modo, è un evento statico».

In che senso?
«Le macchine restano ferme, non fanno manovre o evoluzioni. Queste cose, in genere, capitano nelle manifestazioni organizzate dalle scuderie: il drifting è uno sport minore, non è il rally o la Formula Uno, ma ha le sue competizioni. Negli eventi dei privati, invece, le vetture vengono solo messe in mostra».
Tutto il contrario di quello che è accaduto nei raduni illegali dei giorni scorsi.
«Esattamente. Qui non parliamo più di passione, perché anche a me piace fare drifting, ma mica metto a repentaglio l’incolumità altrui. L’idea che mi sono fatto è che quei giovani esprimano un disagio, che si sentano oppressi o infelici. Non me la spiego altrimenti».
Ci aiuta a comprendere meglio questo fenomeno?
«Arriva, come spesso accade, dagli Stati Uniti. Lì lo chiamano “takeover”. Auto rubate nei quartieri più poveri e gare clandestine. Puro degrado. In Europa ha preso piede tre anni fa: qui non si usano macchine rubate, ma il concetto è lo stesso. Inizialmente erano iniziative molto circoscritte, si trovavano in provincia, o nelle aree industriali, e nessuno se li filava. Poi hanno iniziato a coinvolgere qualche influencer».
E si è passati a un altro livello.
«Inevitabilmente».
Ci sono dei precedenti, anche nel Bresciano. Immagino si aspettasse potesse riaccadere.
«Se lo aspettavano tutti. Il punto è che i partecipanti aumentano ogni anno».
Perché a organizzare questi raduni in Italia dovrebbero essere degli austriaci?
«Perché lì e in Germania il movimento è più diffuso e capillare. Qui però hanno degli appoggi: come potrebbero individuare le zone migliori, altrimenti? Tre mesi fa sono stati a Tarvisio e hanno fatto esattamente la stessa cosa. A Verona hanno assalito le macchine della polizia e staccato le targhe. Ora andranno in Croazia, dov’è in programma il prossimo evento».
Qualcuno sostiene che selezionino i Paesi in base al livello di «permissività». Condivide?
«Ma no, ormai è un fenomeno mondiale. È accaduto a Tokyo e le immagini hanno fatto il giro del mondo. Con i social questi discorsi non reggono più: quando una cosa parte con quella potenza, poi tutti vogliono riprenderla».
Quello che è accaduto rischia di macchiare la reputazione del suo mondo?
«Serve capacità di discernimento. Da noi regole e rispetto non si negoziano. Le racconto un aneddoto: tempo fa, durante un “So.Ga”, scorgo una coppia di anziani che sbircia all’esterno dei cancelli. Mi avvicino e chiedo loro quale sia il problema. “Ci hanno detto che fate un gran rumore e disturbate i vicini”. Ovviamente non è vero, e li accompagno a fare un tour all’interno. Alla fine mi chiedono scusa, dicendomi che in Italia siamo bravissimi a demonizzare anche le cose belle. Accogliamo centinaia di famiglie con bambini. Si respira un bel clima».

Teme anche che possano esserci ripercussioni dirette sull’organizzazione del suo raduno?
«Chi lo frequenta pretende tranquillità. Se questi individui iniziassero a bussare direttamente alle nostre porte sarebbe un problema. Ma fino a oggi non è successo, si sono sempre mossi nelle zone limitrofe».
Quali contromisure si possono prendere, a suo avviso?
«Non c’è modo di impedire che così tante persone facciano quello che fanno. Ma si possono inasprire le sanzioni. Disincentivare il più possibile. Altrimenti non ne usciremo mai».




