Lo psicologo bresciano a Crans-Montana: «Le famiglie chiedono vicinanza»

È tornato ieri sera da Roma, in treno, dopo giorni intensi e delicati al servizio delle famiglie colpite dalla tragedia di Crans-Montana, dove nella notte di Capodanno hanno perso la vita quaranta ragazzi, tra cui sei italiani. Si chiama Manuel Vassalini, ha 49 anni, è originario di Preseglie, in Valle Sabbia, ed è stato l’unico psicologo bresciano a prendere parte alla missione ufficiale organizzata dal Dipartimento della Protezione Civile, insieme a una quindicina di colleghi da tutta Italia.
Psicologia dell’emergenza
La sua è una figura di volontario, ma anche di professionista formato, parte dell’associazione «Psicologi per i Popoli Trentino», con la quale collabora da circa dieci anni. Perché Trentino e non Brescia? «Perché da noi non esiste ancora un’associazione che si occupi in modo strutturato di psicologia dell’emergenza. Mi sono avvicinato ai colleghi trentini dopo un campo scuola e ho deciso di restare. Quando è arrivata la richiesta di disponibilità per questa emergenza, non ho esitato».

Così il 2 gennaio Manuel ha raggiunto la Svizzera insieme al collega trentino Maurizio Casagranda e ad altri volontari da Valle d’Aosta, Lombardia, Piemonte e Veneto, inseriti in un’operazione coordinata dalla Protezione Civile. L’intervento è stato attivato ufficialmente dal Dipartimento Nazionale della Protezione Civile, in collaborazione con le strutture regionali competenti e con il coordinamento operativo di SIPEM SoS Federazione, la Società Italiana di Psicologia dell’Emergenza, che ha integrato i professionisti nel dispositivo di risposta nazionale.
I familiari delle vittime
Il ruolo di Manuel, come quello degli altri colleghi, è stato quello di offrire un primo soccorso psicologico ai familiari delle vittime italiane, in un contesto emotivamente drammatico. «Non è possibile avere una vera esperienza diretta per eventi così gravi – racconta –. Ci si affida alla formazione, a un impianto teorico e operativo, ma poi molto dipende dalla capacità di adattarsi, di ascoltare, di rimanere presenti». Nei primi giorni, i parenti vivevano un’attesa insostenibile: «Molti sapevano che il loro caro era morto o gravemente ferito, ma mancavano conferme. Due volte al giorno ci recavamo al Palacongressi per gli aggiornamenti delle autorità, ma venivano comunicati solo numeri, mai nomi. L’assenza di certezze generava un limbo psicologico di dolore, rabbia e negazione».
I volontari hanno accompagnato le famiglie anche nella sala mortuaria, durante il riconoscimento delle salme, offrendo una presenza discreta ma fondamentale: «In quei momenti serve esserci, accogliere le emozioni, contenere lo smarrimento. A volte basta uno sguardo, altre volte si ascolta in silenzio. È un tipo di aiuto che non si misura in parole, ma in vicinanza». Prima di questa esperienza, Manuel aveva partecipato a interventi più contenuti, ad esempio in seguito a incidenti di montagna, «ma una tragedia di queste dimensioni è qualcosa che ti segna». A chi gli chiede cosa lo spinga a partire come volontario, Manuel risponde con semplicità: «La soddisfazione di essere utile, anche solo a una persona, in un momento così difficile. Non c’è compenso economico, ma c’è una gratitudine silenziosa che ripaga tutto».
Il volo
Laureato prima in Sociologia a Trento, poi in Psicologia, oggi sta completando la scuola di Psicoterapia Integrata a Bergamo. Lavora all’Istituto Dandolo di Corzano, occupandosi di risorse umane, e nel tempo libero presta servizio anche come volontario in ambulanza con Pronto Emergenza di Odolo. Prima di rientrare a casa, Manuel ha accompagnato le salme su un volo di Stato che ha fatto tappa a Linate prima di raggiungere la Capitale. «È stato un momento forte, conclusivo di un’esperienza che porterò dentro a lungo. Il dolore di quelle famiglie non si dimentica, ma sapere di aver potuto essere presente, di aver condiviso anche solo un frammento del loro lutto, dà senso al nostro lavoro».
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