Cosa ci dicono quei ragazzi con il cellulare a Crans-Montana

Il punto è quanto conosciamo questa generazione di giovani a cui alternativamente diamo il compito di salvare il modo e subito dopo accusiamo di essere una gioventù avulsa da ciò che accade in realtà o rinchiusa in un bolla virtuale
I soccorsi sul luogo dell'incendio - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
I soccorsi sul luogo dell'incendio - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
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Ci potrà ammutolire la tragedia di Capodanno, ma non ci deve togliere le parole per dire cos’è stata per ciascuno di noi la mattanza di Crans-Montana.

Il che non vuol dire solo gridare il proprio dolore di fronte all’orrore e nemmeno aggiungere al coro comune di chi chiede il conto ai colpevoli della trappola, l’accusa per quei giovani che con il loro telefonino abbiamo visto filmare la tragedia, piuttosto che salvarsi e salvare.

Non serve lo sdegno per la «pornografia del dolore» che sembrerebbe aver spinto i ragazzini accerchiati dal fuoco a documentare, come «reporter di guerra», la tragedia. Se dovesse essere davvero così, chiediamoci chi ha insegnato loro questo modo di narrare la vita, la sofferenza, la tragedia e la morte.

Il punto, caso mai, è quanto conosciamo questa generazione di giovani a cui alternativamente diamo il compito di salvare il modo e subito dopo accusiamo di essere una gioventù avulsa da ciò che accade in realtà o rinchiusa in un bolla virtuale.

Sono convinto che sia difficile capire cosa spinge un ragazzo di 15-16 anni a filmare l’apocalisse e a «soffocare l’istinto di sopravvivenza» ma chiediamoci per quale motivo questi adolescenti vivono aggrappati h24 a una comunicazione che vuole documentare la realtà in ogni istante e come mai questa generazione vive la vita da distante o da dietro l’obiettivo del proprio cellulare.

Mi vien da dire che perde di senso l’abituale lettura della visibilità ad ogni costo e che si frantuma anche l’ipotesi del protagonismo di una gioventù arrogante e dissacrante, esibizionista e spavalda. Mi chiedo se non sia piuttosto l’immagine di una generazione che ha ricevuto solo questi strumenti per comunicare con il mondo e che può utilizzare solo il telefonino per trasmettere agli altri quello che sente dentro e vive.

Proviamo a pensare se quel cellulare con cui i ragazzi della discoteca svizzera hanno ripreso l’orrore non sia più per loro un oggetto estraneo, quanto piuttosto una parte del proprio corpo o una prolunga che serve per ascoltare e scoprire il mondo, per parlare o attendere e amare. Un arto con cui ci si può difendere e salvare. Ma anche uno strumento con cui esorcizzare la realtà e farla diventare un’immagine da tenere e consegnare al mondo.

Lo smartphone insomma non è più solamente un oggetto esteriore, ma uno strumento personale e intimo che collega il fuori con il dentro. Non è qualcosa di estraneo alla vita, anche quella in pericolo, ma le appartiene e la sostiene. Se cogliamo questa valenza forse non insistiamo più solamente sull’idea di eliminarlo dall’esistenza quasi fosse un morbo da sconfiggere, ma piuttosto ci inventiamo una strada per insegnarne l’uso e saperlo governare.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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