Cronaca

Proteste in Iran, il docente: «Prego che la mia famiglia sia viva»

Pourya Mohseni è un musicista e insegnante all’Istituto Cesare Arici di Brescia. Dal 2021 ha lasciato Teheran per un futuro in città
Nada El Khattab

Nada El Khattab

Giornalista

Il musicista Pourya Mohseni - © www.giornaledibrescia.it
Il musicista Pourya Mohseni - © www.giornaledibrescia.it

Ogni mattina mi alzo e spero che tra le foto dei cadaveri diffuse sui social non ci siano i volti dei miei genitori». A parlare è Pourya Mohseni, musicista bresciano (e insegnante di musica all’Isituto Cesare Arici di Brescia) di origini iraniane, che dal 2021 vive in città.

Da quando sono scoppiate le rivolte Iran, il timore di perdere la sua famiglia è una costante. 

«L’ultima volta che ho parlato con i miei genitori e nonni è stato mercoledì – racconta –. È stato un miracolo: erano giorni che non riuscivo a mettermi in contatto con loro per via del blackout di Internet. Grazie a Dio sono vivi, ma ignari di ciò che sta accadendo sotto i loro occhi».

Con l’intensificarsi delle rivolte, il governo iraniano ha tagliato ogni forma di comunicazione: si vive in una bolla e come in una bolla si è isolati dal resto del mondo. Il diritto all’informazione è negato, non è così?

«Ero stupito quando i miei parenti mi hanno chiesto cosa stesse accadendo in Iran. Per due settimane hanno vissuto in casa, senza sapere nulla di cosa stesse accadendo. Ho dovuto spiegare loro che la polizia uccideva le persone per strada e i giovani morivano per i loro ideali».

Perché è così quando alzi la voce e manifesti per un tuo diritto nelle dittature: vieni messo a tacere. Con la morte o il carcere, poco conta. Ciò che conta è il silenzio...

«Da quando sono iniziate le proteste il bilancio è di 12mila morti, ma secondo me ce ne sono di più. Le immagini che circolano sui social mostrano centinaia di cadaveri. Impossibile tenere il conto. Ed è proprio così che mi tengo informato: ogni mattina mi alzo e controllo le pagine social iraniane che condividono le foto dei cadaveri. E prego che non ci sia la mia famiglia».

Le atrocità di queste settimane hanno spento le tue speranze per un futuro migliore per il tuo Paese d’origine?

«Chi ha studiato sa che tutte le dittature prima o poi cadono. Ce lo insegna la storia. Per questo motivo io vedo un futuro luminoso e democratico per il mio Iran»

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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