«Xe pèso el tacòn del buso». Se Rita Stimamiglio voleva metterci una pezza, dopo il suo esame, il buco nel quale in seguito alle dichiarazioni di suo fratello Gianpaolo, insieme a Marco Toffaloni ci è finito suo marito Paolo Marchetti, da ieri è ancora più evidente.
La coriacea signora, con un turbolento passato di estremismi ed esoteria, nel tentativo di spostarlo dall’epicentro della Strage, davanti alla Corte d’assise, ha declinato per il suo sposo, e di conseguenza per il neofascista veronese già condannato a 30 anni per la fase esecutiva dell’attentato del 28 maggio 1974, un alibi smentito dalla storia, oltre che dalle sue stesse dichiarazioni.
Chiamata a testimoniare dal presidente Roberto Spanò la donna si è presentata con un avvocato, assistenza non richiesta, per affermare che tra il 26 e il 28 maggio del 1974 suo marito e il loro giovane amico Tomaten (al secolo Marco Toffaloni) non potevano essere a Brescia, in piazza della Loggia, come ha sostenuto suo fratello che dell’inchiesta è uno dei pilastri, perché in quei giorni erano impegnati con lei in un workshop di Ananda Marga.
Alibi traballante
Erano ad un seminario con un monaco del movimento spirituale fondato in India a metà del secolo scorso, e in via di diffusione a partire dalla metà degli anni ’70 anche in Italia, in una villetta di una località non meglio precisata del Veronese, sulla strada per Montecchio.
«Ricordo benissimo di aver appreso dello scoppio della bomba – ha detto Rita Stimamiglio – mentre eravamo in questa casa ancora in fase di costruzione. Una persona, ora non ricordo chi fosse, entrò nella stanza dove ci trovavamo per dirci che era stata fatta una strage a Brescia. Toffaloni reagì con un “mamma mia!”».
Sulla verosimiglianza della circostanza hanno sollevato dubbi tanto il presidente Spanò, quanto il pubblico ministero Silvio Bonfigli. Dopo averle ricordato che dell’alibi dell’amico Toffaloni non sentì di dover parlare nemmeno dopo la sua condanna a trent’anni, quest’ultimo l’ha apertamente accusata di mentire. Lo ha fatto verbali alla mano, utilizzando dichiarazioni che la donna fece mettere nero su bianco molto prima di sentire da Radio Radicale le accuse che lo scorso 12 gennaio suo fratello ha mosso a suo marito.
Nel dicembre del 2012 Rita Stimamiglio disse che il monaco Margun Kamauri venne a Verona alla fine del 1974 e non nella primavera, come ha cercato di fare ieri. Nel marzo di due anni dopo, andò ben oltre e disse di aver conosciuto Toffaloni alla fine di quello stesso anno, per poi rimandare la costituzione di Ananda Marga al luglio del 1975. Per giustificare la retrodatazione di quegli incontri di almeno sei mesi, Rita Stimamiglio ha accampato uno scherzo della memoria. A suo dire funzionerebbe meglio oggi di come avrebbe potuto funzionare quattordici e undici anni fa.
«Illazioni»
Come false illazioni la teste ha invece liquidato le affermazioni di Giordano Fainelli, agente della Squadra politica della Questura di Verona del quale, negli anni ’70, era confidente. Fainelli disse, non senza qualche difficoltà, che Rita Stimamiglio e Marchetti, di ritorno dal Sudamerica nel 2012, lo avvicinarono e gli chiesero se ci fosse lui «dietro le nuove indagini e i recenti interrogatori su piazza Loggia». Il poliziotto rispose di no «sono in pensione» e loro gli dissero «meglio così, fatti gli affari tuoi». «Calunnie, solo calunnie. Fainelli l’ho visto una volta sola, nel 1976» ha concluso la donna.




