Strage, Stimamiglio aggancia altri anelli alla catena del terrore

Che peso potranno avere le dichiarazioni che ha fatto ieri in aula Gianpaolo Stimamiglio sull’intera ricostruzione giudiziaria della Strage? In particolare sui risultati che, con fatica, la giustizia ha raggiunto in 51 anni e mezzo?
Tralasciando ogni valutazione sull’attendibilità del testimone, che spetta solo ai giudici della Corte d’assise, e sulla quale, condannando Toffaloni a trent’anni, si è già espresso nella scorsa primavera il tribunale dei Minori, quello che si può dire è che, pur chiamando in causa soggetti trascurati finora dalle indagini, o comunque rimasti sempre ai margini, le sue dichiarazioni non sembrano avere la forza di stravolgere la geografia della Strage.
Per sentenza passata in giudicato, quella che ha condannato Carlo Maria Maggi e Maurizio Tramonte all’ergastolo, l’attentato fu deciso dal primo, in presenza del secondo, ad Abano Terme a casa di Giangastone Romani qualche giorno prima. La bomba partì dalla Giudecca, dal quartier generale del medico veneziano, transitò per Verona e, dopo essere stata affidata a Marcello Soffiati, che con i neofascisti veronesi aveva una frequentazione stabile, arrivò a Brescia dove quella mattina fu piazzata grazie anche alla logistica offerta da Ermanno Buzzi.

Oltre ad allargare la rosa degli esecutori materiali e ad indicare, oltre a Toffaloni, altri tre ordinovisti veronesi, Stimamiglio ha fatto il nome di un mandante diverso da quello accreditato dalla sentenza definitiva: ha parlato di Roberto Besutti. Ha detto che Maggi era un gradino sotto quest’ultimo e che da questi prendeva ordini, non che le due figure fossero antitetiche. Non ha escluso che entrambi possano essere stati anelli della stessa catena del terrore.
Le affermazioni di Stimamiglio sulla carta non depotenziano nemmeno il ruolo di Toffaloni e il suo apporto alla Strage. Dire che insieme a lui in piazza Loggia, quella mattina vi fossero altre tre persone e dedurre che sia stato Marchetti a piazzare la bomba, non significa certo scagionarlo. Da un lato anche ieri il testimone ha ribadito che il giovanissimo era in piazza e ha aggiunto un dettaglio qualificante, di un certo rilievo. Ha parlato di una cellula spedita a Brescia direttamente da quello che ritiene essere il capo del movimento, non dell’iniziativa indipendente di un singolo.
È di tutta evidenza inoltre che indicare uno specifico esecutore materiale non equivalga poi a scagionare i suoi accompagnatori. Dire che è stato Paolo Marchetti a deporre l’ordigno nel cestino non significa escludere dal novero dei responsabili gli altri tre che erano con lui. Per il concorso in strage il codice penale non richiede che sull’ordigno ci siano anche le loro impronte. Bastano i loro occhi. Bastano le loro intenzioni.
Riproduzione riservata © Giornale di Brescia
Iscriviti al canale WhatsApp del GdB e resta aggiornato
@Buongiorno Brescia
La newsletter del mattino, per iniziare la giornata sapendo che aria tira in città, provincia e non solo.
