Cronaca

Strage di piazza Loggia: i «non ricordo» del braccio destro di Delfino

In aula Vittore Sandrini, carabiniere del nucleo investigativo all’epoca della prima inchiesta
Vittore Sandrini, carabiniere del nucleo investigativo all’epoca della prima inchiesta © www.giornaledibrescia.it
Vittore Sandrini, carabiniere del nucleo investigativo all’epoca della prima inchiesta © www.giornaledibrescia.it
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È entrato in aula come testimone privilegiato delle indagini (e dei depistaggi) sulla strage di piazza della Loggia. Dall’aula ci è uscito con il rischio, concreto, di doverci tornare da imputato. Magari per falsa testimonianza. Magari per calunnia. Davanti ai giudici della Corte d’assise che stanno processando Roberto Zorzi per la fase esecutiva dell’attentato che il 28 maggio di 51 anni fa uccise otto persone e ne ferì altre 102, Vittore Sandrini, ex appuntato dell’Arma passato alla storia dello stragismo bresciano come uomo di fiducia dell’allora comandante del Nucleo Investigativo Francesco Delfino, ha infilato una serie di chirurgici «non so, non ho mai visto, non ricordo» inverosimili anche agli occhi più distratti non solo a quelli dei giudici.

Smentite

Interrogato dai pm Caty Bressanelli e Silvio Bonfigli, Sandrini ha cercato di smentire quanto di lui ha detto Ombretta Giacomazzi. Ha negato di aver frequentato l’appartamentino di via Aleardo Aleardi, dove Silvio Ferrari stampava foto compromettenti per il cap. Delfino e da questi riceveva in cambio denaro.

Ha escluso di essere stato in auto con lei e alla caserma di Parona dove lo stesso Delfino, Silvio Ferrari, Pignatelli del Sid e Marco Toffaloni decisero l’attentato al Blue Note e stabilirono chi doveva compierlo. Ha negato di essere stato chiamato da lei il giorno dopo la cena nella sua pizzeria nel corso della quale Roberto Zorzi, Marco Toffaloni, Nando Ferrari, Arturo Gussago e Paolo Siliotti dissero di voler vendicare la morte di Silvio Ferrari e tanto meno di essere andato a cercarla a scuola dopo la strage di piazza della Loggia, di averla portata con la sua Simca a Bedizzole e, nel folto della vegetazione, di averle fatto giurare che mai e poi mai avrebbe riferito il contenuto del loro precedente incontro.

Ombretta Giacomazzi

Di Ombretta Giacomazzi Sandrini ha ricordato tutt’altro. Ma ha faticato a collocarlo (o non ha voluto farlo) nel tempo. Della teste alla quale la procura ha affidato le fondamenta della ricostruzione accusatoria sull’ultimo chilometro della bomba, ha detto cose davanti alle quali il presidente Roberto Spanò gli ha ricordato il rischio di un’incriminazione per falsa testimonianza e per calunnia. Nei pochi ricordi usciti dalla bocca di Sandrini c’è stato spazio per date palesemente sbagliate o comunque in contrasto con episodi certi, a partire dal suo congedo dell’Arma. Sviste ancora più evidenti se rapportate alle nitide radiografie che lo stesso teste, nella stessa circostanza, ha stampato su argomenti neutri al processo o comunque in grado di mettere in buona luce il suo operato, a partire dall’operazione del recupero di un Romanino. «Ho visto Giacomazzi solo quando andai a perquisire la sua abitazione dopo la morte di Silvio Ferrari – ha spiegato l’ex appuntato – poi a Venezia quando lei era detenuta, perché portavo i giudici Vino e Trovato a interrogarla».

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Sempre con riferimento alla superteste, con la quale nel 2021 sostenne un confronto davanti ai titolari del fascicolo, Sandrini ieri ha detto di essersela trovata di colpo al finestrino dell’auto. Di essere stato «adescato» da lei «al semaforo di porta Venezia» e con lei di essersi appartato nei campi della Bassa in quell’occasione e in Castello a Brescia il giorno dopo. Poi di non averla più vista per anni. Un racconto inverosimile, anche e non solo per una serie non banale di incongruenze cronologiche, che ha suscitato sdegno ed ironia in parti uguali nei giudici, negli avvocati di parte civile, nelle persone offese presenti.

Sandrini ha detto anche che Giacomazzi lo contattò in epoca più prossima al processo in corso cercando di convincerlo a rispondere alle domande del colonnello Giraudo, l’ufficiale del Ros che ha compiuto le indagini sul campo. L’ex appuntato ha detto di aver subito le pressioni di quest’ultimo. Quali e per dire cosa la Corte ha faticato non poco a scoprirlo. Sandrini si è preso il suo tempo. Si è fatto ammonire più volte. Poi ha sostenuto che Giraudo volesse fargli dire, senza riuscirci, che Silvio Ferrari avesse dato soldi a Delfino, circostanza mai emersa da altri e comunque mai verbalizzata.

Nel corso dell’udienza di ieri, sempre con riferimento al rapporto tra Sandrini e Giraudo è spuntata anche un’annotazione con la quale quest’ultimo riferiva ai magistrati che, nel corso di un incontro con lui, Sandrini gli aveva chiesto che cosa gli sarebbe successo se avesse detto la verità. Quale verità non è dato sapere anche perché ieri l’ex uomo di fiducia di Delfino l’ha comunque negata ottenendo un risultato sicuro: perdere la sfida sulla distanza della credibilità con Ombretta Giacomazzi.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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