CronacaGarda

Omicidio West Garda, la condanna perché «il Dna non è stato smentito»

Le motivazioni della sentenza che ha condannato a 16 anni Alessandro Galletta. La Corte ha però tenuto conto del cambio di vita da più di vent’anni dell’imputato
Il parcheggio dell'hotel negli scatti del 1997
Il parcheggio dell'hotel negli scatti del 1997
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«La prova scientifica del Dna non trova smentita nelle ulteriori acquisizioni probatorie dibattimentali, che sia pure in termini di indizi, tra loro concordanti, semmai corroborano l’identificazione genetica nella misura in cui restituiscono un quadro perfettamente compatibile con la presenza di Galletta sul luogo e al momento del delitto». Per la Seconda Sezione Penale del Tribunale di Brescia non ci sono dubbi.

La prova del Dna, cuore del dibattimento per tutta la durata del processo, certifica la presenza di Alessandro Galletta nel commando di rapinatori che la sera del 21 maggio 1997 rapinarono e uccisero il gioielliere Carlo Mortilli. Lo spiega nei dettagli la presidente della Corte, Cristina Amalia Ardenghi, nelle 85 pagine di motivazioni delle sentenza, depositate nei giorni scorsi, con cui l’uomo, oggi 51enne, è stato condannato a 16 anni di reclusione.

Le analisi

Quella traccia era stata isolata su un collant nero da donna trovato a circa 300 metri dal luogo della rapina ma anche dalla casa dell’epoca di Galletta, che secondo chi aveva indagato era stato usato come passamontagna durante l’assalto alla vittima. Per i giudici non c’è «altra spiegazione plausibile ed altra destinazione ragionevole» e «il dibattimento ha consentito di acquisire la prova dello stretto collegamento tra il reperto in questione e l’atto delittuoso».

Secondo il Tribunale «Le possibili spiegazioni alternative offerte» cioè che Galletta possa aver contaminato il reperto sputando o urinando sul collant passando di lì per caso «sono smentite dalle evidenze acquisite». Bollate dalla corte come «destituite di ogni fondatezza» anche le ipotesi della difesa su problemi nella «modalità di refertazione e conservazione del collant, più in generale il dubbio sull’esistenza di una catena di custodia rigorosa del reperto e, conseguentemente, la possibile contaminazione accidentale in sede di indagini» e quindi «gli esiti delle indagini genetiche sono, ad avviso di questa Corte, determinanti, avendo consentito di estrapolare ed individuare sul passamontagna repertato un profilo riconducibile all’imputato Galletta Alessandro con un grado di altissima probabilità, sostanzialmente coincidente con la certezza statistica».

La decisione 

Al termine del processo la Corte si è convinta, oltre ogni ragionevole dubbio, che Galletta facesse parte del gruppo di rapinatori anche per via della «conoscenza e dei rapporti esistenti con la famiglia del correo Fortugno Marcello (condannato in altro processo e che ha già scontato la pena, ndr). Il fatto che tra milioni di individui presenti in Italia, le indagini genetiche abbiano consentito di individuare un soggetto pacificamente legato al clan Fortugno in epoca prossima all’omicidio Mortilli non può essere considerato al pari di una straordinaria, ma sfortunata, “coincidenza”. Piuttosto, questa evidenza traccia un legame specifico di Galletta con quel delitto».

In merito all’entità della pena, determinata in 16 anni, la Corte ha chiarito che, come già nel caso di Fortugno, anche «le nuove indagini condotte nel presente procedimento non sono state in grado» di chiarire «chi, dei due complici, abbia in concreto fatto fuoco e ucciso Mortilli». Nella determinazione della pena, il Tribunale, ha anche tenuto conto che Galletta pochi anni dopo i fatti ha radicalmente cambiato vita e dal 2003 non è stato più coinvolto in provvedimenti giudiziari. Una circostanza che «dimostra nei fatti che abbia avviato un percorso di recupero e risocializzazione» che giustifica la concessione delle attenuanti prevalenti sulle aggravanti.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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