Cronaca

«Oggi sappiamo più dei terroristi che dei black bloc»

Se n’è iniziato a parlare negli anni Ottanta, poi Seattle nel 1999 e il G8 di Genova nel 2001. Fino ai disordini di sabato scorso durante la protesta No Tav. Il blocco nero è ormai un fenomeno storico, «di cui però conosciamo ancora troppo poco», spiega Ernesto Savona, direttore del Centro di ricerca Transcrime
Stefano Zanotti

Stefano Zanotti

Giornalista

Uno scatto del G8 di Genova nel 2001 - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Uno scatto del G8 di Genova nel 2001 - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it

Tutti si ricordano il G8 del 2001 a Genova. Ma prima c’è stata Seattle, nel 1999. E prima ancora ci sono stati i movimenti anticapitalisti tedeschi degli anni Ottanta. Se a distanza di così tanto tempo oggi parliamo ancora di black bloc, significa che non siamo di fronte a casi isolati, ma siamo davanti a un fenomeno con una sua portata storica. Non eventi unici, non proteste «sfuggite di mano». Ciò che è successo durante il corteo No Tav di Torino è l’ultimo episodio di una serie con dei fondamentali punti di non ritorno, ma della quale fanno parte anche altri avvenimenti – di portata differente – ma accomunati da caratteristiche ricorrenti. Un processo che, proprio a causa della sua continuità, merita di essere osservato e compreso.

Un black bloc ripreso in primo piano mentre lancia una bottiglia a Milano nel 2015 - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Un black bloc ripreso in primo piano mentre lancia una bottiglia a Milano nel 2015 - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it

Eppure, nonostante questa storia pluridecennale, dei black bloc si sa ancora pochissimo. Anzi, del black bloc, perché il termine descrive quel blocco nero – cateterizzato da azioni violente – che si forma durante proteste e cortei. Originariamente, dunque, non identificava i singoli individui. Individui  di cui – come si diceva – non si conosce quasi nulla. «Si tratta spesso di persone giovani, si parte da soggetti di quattordici o quindici anni fino a elemento più maturi. Non esiste una fascia anagrafica ben determinata», spiega Ernesto Savona, direttore di Transcrime, il Centro di ricerca interuniversitario su criminalità e innovazione dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, Alma Mater Studiorum Università di Bologna e Università degli Studi di Perugia.

«Considerando che il fenomeno si è manifestato già a Seattle nel 1999 e a Genova nel 2001. Chi partecipava allora, oggi ha almeno venticinque anni in più – prosegue Savona –. Probabilmente i giovani entrano e i più anziani escono. Non si tratta di una vera e propria carriera: può essere un’attività svolta occasionalmente, per esempio durante un fine settimana».

Il fenomeno

Oggi, però, è molto difficile tracciare un profilo di chi sta sotto il cappuccio nero. «Sappiamo ancora poco, perché né la ricerca né le forze di polizia hanno affrontato il fenomeno in maniera sufficientemente approfondita. Le fonti disponibili sono quindi molto limitate. Conosciamo più cose sui terroristi che sui black bloc», precisa il professore. Una frase, quest’ultima, abbastanza emblematica. Utile per rendere l’idea delle difficoltà che si incontrano quando si cerca di circoscrivere la dinamica. «Anche se i danni provocati possono essere molto rilevanti, è stato tutto molto sottovalutato, non solo dalla polizia italiana, ma da quella di tutta Europa». 

La scarsità di informazioni dipende anche dalla natura stessa del fenomeno. Il black bloc non è un’organizzazione tradizionale, con un vertice, un direttivo o una struttura stabile. «La caratteristica principale è l’assenza di una gerarchia: non c’è un capo, non c’è un direttivo, non c’è un tesseramento», spiega Savona.

L'assalto al cantiere di Chiomonte
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L'assalto al cantiere di Chiomonte

Non significa, però, che manchino comunicazione e coordinamento. I gruppi si formano attraverso relazioni personali e contatti digitali, spesso difficili da intercettare. «Nei tempi moderni i social, soprattuto Tik Tok, sono diventati un elemento di aggregazione molto importante. Una parte del lavoro delle forze di polizia consiste proprio nel cercare di capire, attraverso queste piattaforme, come si organizzano e quali azioni potrebbero preparare».

Più che una struttura verticale, dunque, esiste una rete flessibile. I partecipanti vengono a conoscenza di una manifestazione, si contattano e si organizzano in tempi molto rapidi. Savona descrive questo meccanismo come un sistema «a palla di neve»: il primo contatto personale ne genera altri, il gruppo si allarga e, nel giro di pochi giorni, può trasformarsi in una presenza consistente all’interno di un corteo. Insomma, il tutto diventa una valanga. 

L’infiltrazione

Una volta raggiunta la manifestazione, il gruppo si inserisce all’interno del corteo. È in questa fase che emerge una delle caratteristiche più consolidate del black bloc: la capacità di mescolarsi con gli altri manifestanti. «Hanno tecniche di guerriglia ben collaudate. Si infiltrano nel corteo, si dividono in piccoli gruppi, poi si ricompongono, danneggiano e scappano via», osserva il professore.

È bene però sottolineare ancora un elemento importante. Il termine «guerriglia», in questo caso, non indica l’esistenza di una catena di comando militare. Descrive piuttosto una modalità d’azione: rapidità, mobilità, frammentazione e capacità di sfruttare la massa del corteo per rendere più difficile l’identificazione dei responsabili. La tuta nera e i caschi hanno proprio questa funzione. Rendono i singoli meno riconoscibili e uniformano il gruppo. «Le telecamere servono a poco perché sono tutti vestiti di nero e indossano un casco. In alcuni casi non siamo in grado di capire nemmeno se si tratti di ragazzi, ragazze o persone più mature», evidenzia Savona. 

Poi c’è un aspetto sociologico. Quello che in origine serviva soprattutto a sfuggire al riconoscimento è diventato, nel tempo, anche un segno identitario. «La tuta nera è quasi una divisa. Da una parte impedisce di distinguere le persone, dall’altra permette al gruppo di riconoscersi e di costruirsi una reputazione», sottolinea ancora il direttore di Transcrime. 

Gli obiettivi

Anche gli obiettivi scelti seguono uno schema ricorrente. Possiamo dire che i bersagli trovati lungo il percorso non sono specifici, ma nemmeno casuali. L’azione si concentra soprattutto su ciò che viene considerato un simbolo del potere economico, statale o dell’ordine pubblico: banche, vetrine, negozi, automobili, bancomat.

Spiega Savona che le modalità possono cambiare in base al luogo e alle circostanze, ma la simbologia rimane centrale. Il danneggiamento non è presentato soltanto come un gesto distruttivo, bensì come un’azione rivolta contro ciò che il gruppo identifica con il capitalismo, l’autorità o il sistema economico.

La dimensione internazionale

Le persone che commettono azioni violente non decidono all’ultimo minuto. Viaggiano, sostengono spese e portano con sé abbigliamento e attrezzature. «Nel caso di Torino sono arrivate persone anche dalla Francia e dal Belgio. Affrontano costi per il viaggio, per i mezzi e per il materiale, poi si infiltrano nel corteo, colpiscono e si allontanano», chiarisce il professore.

Il black bloc è nato in Germania e si è progressivamente diffuso nel resto d’Europa e negli Stati Uniti. La partecipazione di persone provenienti dall’estero era già emersa nei grandi appuntamenti internazionali del passato e continua a essere segnalata negli episodi più recenti.

Manifestanti e polizia si fronteggiano durante gli scontri in Via del Corso a Roma nel 2010 - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Manifestanti e polizia si fronteggiano durante gli scontri in Via del Corso a Roma nel 2010 - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it

Proprio la mobilità rende ancora più complessa la prevenzione. Non esiste un gruppo stabile da seguire nel tempo, ma individui che possono attivarsi in occasione di un evento, raggiungere un’altra città o un altro Paese e poi tornare a disperdersi. Questo elemento apre un interrogativo sul profilo economico dei partecipanti. Non esistono dati sufficienti per ricostruirlo, ma gli spostamenti internazionali e l’acquisto dell’attrezzatura richiedono comunque una certa disponibilità di risorse.

La prevenzione

È soprattutto prima dell’inizio della manifestazione che, secondo Savona, si gioca la possibilità di contenere il fenomeno. L’intervento delle forze dell’ordine, infatti, arriva necessariamente dopo che almeno una parte dell’azione è già stata compiuta. E il danno è già stato fatto. «La prevenzione è sicuramente lo strumento più efficace. Quando si arriva alla repressione, le banche, le vetrine o gli altri obiettivi sono già stati colpiti».

I passamontagna sequestrati dalla polizia dopo gli scontri in Val di Susa - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
I passamontagna sequestrati dalla polizia dopo gli scontri in Val di Susa - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it

Le attività preventive comprendono il controllo dei movimenti, l’analisi delle comunicazioni sui social, il monitoraggio delle frontiere e l’intercettazione dei mezzi utilizzati per raggiungere le manifestazioni. I pullman possono essere fermati e controllati, mentre è più difficile intercettare chi viaggia in automobile e nasconde l’attrezzatura nei bagagliai.

Secondo Savona, tuttavia, la sottovalutazione del fenomeno starebbe progressivamente diminuendo. «Le forze di polizia stanno imparando a non sottovalutarli. Da una parte analizzano i movimenti per cercare di prevederne l’arrivo, dall’altra studiano le loro tattiche, perché quando si sparpagliano nel corteo anche la polizia deve saper reagire in maniera efficacie».

Il rapporto con il corteo

Rimane poi il problema della relazione tra il blocco nero e il resto della manifestazione. I black bloc si inseriscono spesso in cortei organizzati da altri soggetti e nati con finalità pacifiche. La presenza di migliaia di persone consente ai gruppi più violenti di confondersi, muoversi e allontanarsi con maggiore facilità.

Per Savona, una possibile forma di deterrenza potrebbe arrivare dagli stessi manifestanti. «Bisognerebbe ragionare anche sui sistemi di difesa di chi organizza i cortei. Se queste persone venissero allontanate e apertamente respinte dai partecipanti, avremmo un segnale importante».

Il punto riguarda anche la ricerca di consenso. Il black bloc non mira soltanto al danneggiamento materiale, ma costruisce parte della propria forza sulla visibilità e sulla reputazione. Essere riconosciuto come un soggetto capace di incutere timore contribuisce a rafforzarne l’identità. «Si è formato come un movimento che fa paura. Anche la divisa nera serve a questo: li rende indistinguibili come individui, ma riconoscibili come gruppo».

Che cosa è cambiato

A più di venticinque anni da Seattle e da Genova, le persone sono cambiate. Le modalità fondamentali, invece, sono rimaste in gran parte le stesse. «Se confrontiamo il G8 di Genova, Seattle e gli episodi più recenti, ritroviamo sempre le stesse caratteristiche. Cambiano gli individui che stanno dentro quella tuta nera, ma il meccanismo rimane».

Black bloc è un’etichetta che identifica un comportamento collettivo e una modalità d’azione. Persone diverse, in momenti diversi, possono adottarne i simboli, le tattiche e gli obiettivi.

È proprio questa continuità senza organizzazione apparente a rendere il fenomeno difficile da circoscrivere. Una storia che attraversa generazioni differenti, si adatta ai nuovi strumenti di comunicazione e continua a ripresentarsi conservando, sotto la stessa uniforme nera, caratteristiche sorprendentemente simili.

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