Nuovo Pgt, dalle case al lavoro: come cambierà Brescia

Ci sono spicchi di Brescia che, da decenni, continuano a esistere solo nei documenti: volumi assegnati, vocazioni disegnate e – a cascata, come effetto domino – opere (di urbanizzazione) pubbliche mai arrivate. È il volto della Brescia «in sospeso», quella città che ha il diritto (edificatorio, s’intende) di crescere, ma che resta ciclicamente impantanata nello stallo. Tutto questo mentre la casa è tornata ad essere un problema, il suolo una risorsa risicata e – per la prima volta dopo quindici anni – il lavoro produttivo è tornato a farsi avanti, chiedendo spazio.
Il nuovo Pgt
Ecco: il lavoro sul nuovo Piano di governo del territorio del capoluogo (lo strumento che ha il compito di prevedere non solo lo sviluppo della città che cambia, ma anche i servizi e gli spazi pubblici del futuro) inizia da qui. Da come rompere l’immobilismo che ha caratterizzato lo stallo di alcune aree, ma anche da una rimappatura delle zone in cui la città può effettivamente crescere (per appetibilità, per aiutare le famiglie a rispondere alla fame di alloggi, per ripopolare i giganti dismessi) e dove, invece, ha senso evitare di cementificare e creare uno spazio verde, per respirare e per «spezzare» le isole di calore. Prima che esploda un polverone meglio premetterlo subito: no, i diritti edificatori acquisiti non potranno essere azzerati, ma ricalibrati e fatti «atterrare» da qualche altra parte della città rispetto a quella prevista inizialmente sì.
Il lavoro al centro
Il nuovo Pgt che la Loggia si prepara a mettere in moto non è un semplice aggiornamento urbanistico. È, prima di tutto, una presa di posizione politica sulla città: su cosa costruire, dove, per chi e su cosa, invece, lasciare definitivamente alle spalle. Una sorta di «operazione verità» su cosa Brescia è diventata, su cosa non è riuscita ad essere e perché. Michela Tiboni, assessora all’Urbanistica, lo spiega in una frase: «Il futuro è già nel presente». Tradotto: il Pgt non nasce solo per immaginare il 2050, ma prima di tutto per mettere ordine nell’oggi.
Il contesto è cambiato radicalmente: «Nel 2013, il tema dei data center e quello dell’agricoltura idroponica non erano minimamente sul tavolo, ora sono attuali». Ma la sorpresa maggiore, arrivata durante la raccolta delle istanze dal territorio, è legata al lavoro: la città torna ad essere una meta in cui aprire un’attività produttiva (come Turboden alla ex Pietra Curva). Anche per questo i piani attuativi hanno bisogno di una spolverata: se all’inizio a fare gola agli operatori era solo la costruzione di alloggi (perlopiù di lusso) e al massimo di uffici, oggi i grandi poli dismessi tornano in pista come appetibili per chi vuole produrre o ampliare la propria attività. «L’attenzione alle ragioni del lavoro è uno dei pilastri della nuova variante generale» conferma l’assessora.

Quello che resta
Fatto sta che, ad oggi, indicare con esattezza in che percentuale sia stato attuato il Piano è molto complesso: indicativamente è stato realizzato circa al 45% (si pensi ai comparti Caserma Papa, Ideal Clima, Trivellini, Poliambulanza per fare solo alcuni esempi di realizzazioni compiute). Dentro questo quadro riemergono i grandi irrisolti urbani, gli «Highlander» di casa nostra, grandi opere che attraversano i decenni in cerca di un epilogo: il nuovo stadio e il carcere sono casi emblematici.
E il resto, che fine farà? «Nelle aree in cui tutto è rimasto fermo – puntualizza Tiboni –, caso per caso, bisognerà capire se quella previsione pianificatoria di dettaglio è ancora valida oppure no e per quali eventuali problemi non è stata avviata la riqualificazione. A quel punto si può pensare di ripianificare quegli spazi». Spazi che, in larga parte, sono ereditati dal vecchio Piano regolatore generale (per avere un ordine di grandezza: almeno un centinaio). Perché in realtà nulla scade quasi mai del tutto: è l’effetto diretto del teorema di proroghe.
È così che per realizzare una trasformazione si hanno dieci anni sulla carta, ma venti nella realtà. Ed è sempre così che nasce quella «città sospesa» che viene trascinata di mappale in mappale nei decenni. Con effetti diretti anche sugli spazi e sui servizi comuni: «Le proroghe non allungano solo i tempi dei privati – osserva l’assessora – ma anche gli obblighi pubblici. Opere che il Comune dà per acquisite, e quindi non finanzia, restano incompiute: vale per un parco ma anche per strade, ciclabili, rotatorie».

L’«asta» delle aree
Da qui la scelta più politica che la quinta variante generale si troverà a dover compiere: quella che viene soprannominata informalmente «l’asta dei volumi», anche se una vera asta non è. Il principio è questo: vedere i diritti edificatori non più «incatenati» a comparti che non partono mai, ma rimessi in circolo. Spostabili. Governabili. Creare un’anagrafe delle volumetrie mai costruite e, così come si indicano le zone off-limits per il cemento, indicare dove quelle costruzioni possono «migrare» e, quindi, «atterrare». Dando così la possibilità a chi quei diritti edificatori li possiede, di venderli e cederli, ad esempio, per alzare di un piano una casa di famiglia (e dare così la possibilità ai figli di avere un alloggio).
È il segnale che qualcosa cambia: la pianificazione torna a essere uno strumento di indirizzo, non un archivio di rendite congelate. «Si tratta di un’azione di piano – chiarisce Tiboni – non una decisione puntuale, è una strada sulla quale stiamo ragionando». Prima il quadro complessivo, poi le scelte. Anche perché, il grosso del lavoro operativo è alle porte: l’adozione del piano è prevista in autunno, poi ci sarà spazio per osservazioni e controdeduzioni, che porteranno la lancetta dell’approvazione alla primavera 2027.
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