«Non tutti gli omicidi sono da ergastolo: Ragnoli esasperata»

Il caso non smette di far rumore. É accaduto dopo il processo di primo grado e una condanna all’ergastolo, e succede ora il giorno dopo in cui i giudici della Corte d’assise d’appello hanno cancellato «il fine pena mai» nei confronti di Raffaela Ragnoli, condannando - su patteggiamento concordato tra le parti e concesso dai giudici - a 18 anni di carcere la donna che a gennaio di due anni fa a Nuvolento uccise a coltellate il marito Romano Fagoni davanti al figlio 15enne.
Procuratore Domenico Chiaro, lei ha rappresentato l’accusa in aula. Come si passa da un ergastolo a 18 anni in appello? Dove sta la verità?
«Partiamo con il dire che anche il pm in primo grado non aveva chiesto l’ergastolo, ma 24 anni di carcere. In questo caso i 18 anni patteggiati sono semplicemente frutto di un calcolo matematico ovvero quattro anni in meno della pena base che avevamo fissato in 22 anni di carcere. Non mi sembra che siano pochi e mi sembra quindi che sia la giusta pena. Avremmo potuto togliere 7 anni e 8 mesi invece che quattro, quindi abbiamo fatto la riduzione di poco più della metà di quella possibile».
Quando lei ha preso in mano il fascicolo per andare a discutere il ricorso in appello della difesa, che idea si era fatto della vicenda?
«La prima cosa che ho pensato è che questo non fosse un omicidio da ergastolo; quindi, quando i difensori sono venuti a iniziare la trattativa per fare la proposta di patteggiamento alla Corte d’Assise d’appello hanno certamente trovato la porta, se non spalancata, quantomeno aperta perché ero già di questa idea. Tornando ai calcoli con cui si arriva alla pena va ricordato che una volta che non si applica l'ergastolo la pena per l'omicidio è da 21 a 24 anni. E io sono ben consapevole della gravità del fatto, dato che non dimentichiamo che la donna ha inferto diverse coltellate al marito anche se non tutte sono risultate letali».
Tecnicismi a parte, per i giudici di primo grado la signora Ragnoli aveva ucciso perché voleva uccidere e la sera dell’omicidio è stata solo l’occasione giusta. Lei invece in aula ha parlato dello stress alla quale era sottoposta.
«Certamente la signora ha voluto uccidere e su questo non ci sono dubbi. Però bisogna vedere il contesto in cui è maturato l’omicidio e qui non c’è solo il forte stress che la donna provava in quel momento, ci sono diversi elementi. Tra i quali anche quello dei maltrattamenti psicologici che ha subito a lungo da parte del marito. Sullo stress ricordiamo che il perito nominato dalla corte in primo grado stabilisce che Raffaella Ragnoli era in una “condizione determinata da forti fattori stressogeni che avevano determinato nella donna una tendenza a vivere in maniera amplificata alcune situazioni come quella di vedere minacciato il figlio”. Ricordiamo che c’è un telefono che ha registrato tutto quella sera. Dal litigio a tavola, fino al momento delle coltellate e anche dopo quando al figlio dice: "io vado in carcere, ma voi siete salvi". La registrazione ad un certo punto si interrompe e poi riprende è vero, ma non c'è certamente alcuna prova che lei l'abbia fatto apposta e questo è un dato che è stato molto valorizzato da primo giudice, per dare l'idea che lei avesse fatto tutto apposta.
Agli atti però non risultano esserci mai state denunce nei confronti del marito e questo aspetto era stato sottolineato nella prima sentenza d’ergastolo.
«La signora ha sempre spiegato di non aver mai denunciato perché sostanzialmente non credeva alla giustizia, quella giustizia che poi alla fine le ha riconosciuto, a mio avviso, la giusta sanzione per quello che ha commesso. Ma il suo timore ci sta perché stiamo parlando di una persona che non lavorava, che era un po' dipendente economicamente dal marito. È un dato, peraltro, che ci spiega perché lei è arrivata a questo gesto per esasperazione, non per calcolo. Questo non è un omicidio di interesse economico. Lei, eliminando l'unica fonte di sostentamento della famiglia, sapeva che comunque, quando anche fosse riuscita a farla franca facendo passare la tesi della legittima difesa che non esiste e non è stata mai riconosciuta, sarebbe rimasta senza alcuna fonte di sostentamento. E poi facciamo facile a dire, “andiamo a fare la denuncia”. È un passo difficile perché finisci sotto protezione, cambio casa, ti viene dato un alloggio e in linea di massima, sei sola. È giusto denunciare, ma sappiamo che non è facile.
Ha inciso l'opinione pubblica? In aula c’erano circa 70 persone, un paese intero – Nuvolento si è mobilitato per dire che l’ergastolo era spropositato, quasi mille persone sono iscritte ad un gruppo Facebook che chiedeva l’annullamento della prima condanna.
Non ha inciso l'opinione pubblica, è proprio un fatto di confronto. Una delle motivazioni che mi hanno indotto a dare consenso alla proposta di patteggiamento della difesa, è anche il confronto con altri casi. Non possiamo pensare che ogni omicidio debba essere punito con l’ergastolo. Raffaella Ragnoli non può essere punita come Grigoletto che aveva ucciso l’amante, o come il padre che a Ono San Pietro ha dato fuoco ai figli.
Lei ha parlato con l’imputata dopo la sentenza. Cosa vi siete detti?
Ho ricordato alla signora che meno di così non poteva avere e che comunque lei doveva prendere consapevolezza che era questa la pena da scontare, perché lei ha fatto una scelta, ha sbagliato e deve pagare. A mio avviso non era l’ergastolo il prezzo da pagare, ma certamente una pena che potesse essere ragionevole in relazione a tutte le circostanze del caso.
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