Cronaca

Omicidio di Nuvolento, dopo la condanna scrive al GdB: «L’ergastolo è una sconfitta»

Il testo inviato da Raffaella Ragnoli, detenuta in carcere per l’omicidio del marito alla sezione «lettere al Direttore»
Omicidio di Nuvolento, Raffaella Ragnoli davanti alla Corte d'Assise
Omicidio di Nuvolento, Raffaella Ragnoli davanti alla Corte d'Assise
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Ergastolo. Parola che per l’ultima volta nel 2024 è risuonata in un’aula di tribunale a Brescia lo scorso 9 dicembre. Quando la Corte d’Assise presieduta da Roberto Spanó ha condannato al fine pena mai Raffaella Ragnoli, la donna che a gennaio del 2023 uccise in casa il marito Romano Fagoni, accoltellato sotto gli occhi del figlio minorenne. «Ero sicura che avrebbe ammazzato il ragazzo perché mio marito gli aveva puntato un coltello» dirà la donna confessando immediatamente l’omicidio.

Non ha mai negato le proprie responsabilità, ma non si aspettava l’ergastolo. E dal carcere ha scritto una lettera-sfogo che abbiamo pubblicato nella sezione «lettere al Direttore». Qui vi riportiamo il testo completo.

Questa lettera è rivolta a voi del Giornale di Brescia, vi prego di pubblicarla. Oggi: 9 dicembre 2024, la giustizia ha perso. Richiesta del Pubblico ministero di 24 anni con possibilità di sgravanti rimesse alla corte, la quale legge sentenza di «ergastolo». Ore 17, dopo più di tre ore di camera di consiglio. Incredula guardo la corte, teste abbassate, penso stiano leggendo altro, nulla che mi riguarda.

Invece la persona a cui è rivolta, sono proprio io: Ragnoli Raffaella. Reazione incredula, non può essere vero; sta per arrivare una risata isterica, ma riesco a proferire solo un sorriso che nessuno vede dato le teste inclinate. Guardo i miei avvocati, increduli, forse più di me. Tutti in aula sono sorpresi: «Abbiamo capito bene?» sì, un attimo di smarrimento e pianti a destra e sinistra, io non riesco nemmeno a piangere; ho versato lacrime durante tutta l’udienza, forse non ne ho più.

Il grande dolore scatenato da tutto ciò che è stato ripetuto tante volte è troppo. Speravo fosse l’ultima volta che avrei dovuto rivivere tutta l’angoscia del prima e del durante, relativo alla tragedia familiare avvenuta quella sera maledetta del 28 gennaio 2023. Una data che rimarrà impressa come un solco profondo lasciato da un aratro nel mio cuore e nel mio cervello per sempre. Ebbene sì, ciò che è avvenuto è stato «terribile», un gesto crudele d’amore. Anni di violenze psicologiche «indescrivibili», tanto che nessuno di noi tre sa portare fatti concreti recenti di tutto ciò che è stato. La violenza di tale tipo è così, ecco perché, chi subisce non denuncia, non lascia tracce visibili, ma credetemi, è molto più distruttiva anche perché non si ferma a meno che tu non riesca a fuggire. Umiliazioni, ingiurie, minacce di morte, mi hanno sempre fermato.

Ora che sono reclusa da due anni in custodia cautelare a Verziano, sono un fiume in piena.

Ho scaricato tutto o quasi ciò che era sepolto dentro di me a più persone addette ai lavori posso assicurare che anche quel poco che è stato riportato in aula per gli esperti di violenze è molto significativo.

Pure la reazione di mio figlio che ha «cancellato» quasi ogni cosa è una mera barriera di difesa che si è creato per sopravvivere prima e anche ora, dopo il fatto. Lo choc di quella sera è stato terribile, non era possibile tenerlo fuori dopo che tutto è scaturito da una aggressione verbale e fisica nei suoi confronti diretti. L’urlo agghiacciante di mio figlio quando ha evitato, spostandosi, di essere colpito ha probabilmente dato al mio cervello un «input» di protezione e in una situazione ad alta tensione quale quella, il controllo può sfuggire di mano e dare luogo ad un «gesto terribile» quale è stato l’epilogo che noi tutti sappiamo.

La mia più grande colpa? Il «silenzio», la mancata denuncia, la mancata confidenza alle persone a me più o meno vicine. Il mio modo di pensare che parlare in modo velato e tra le righe porti comunque a capire che qualcosa non va. In realtà, nonostante questo sia stato il modo di agire, le tante persone che mi stanno accanto pur non sapendo, sanno che quel gesto non appartiene a me. È un qualcosa che non può essere scaturito da altro che non sia enorme e spaventoso. Qualcosa che non auguro mai a nessuno di provare nella vita. Ciò che fa più male e ha fatto tanto male fin dal principio è il non essere riconosciuta come «vittima», perché questo sono.

Il dolore è immenso, ho perso la persona che amavo e non mi sono mai sentita di abbandonare, perché era un’anima perduta, nonostante il tanto male che ho ricevuto. I miei figli non meritano tutto ciò. Dopo tanta sofferenza, questo è veramente troppo. La mia cocciutaggine li ha fatti vivere situazioni al di là di ogni umanità e non posso permettere che il loro calvario non abbia mai una fine. Devo rimediare a tutti i miei errori. La mia grande colpa: non essere scappata quando ho capito che il rischio era troppo alto ed eravamo ogni giorno in balia di una persona che non era più lucida, sempre ubriaca e imprevedibile.

Vorrei lanciare un messaggio a tutte le donne che si rivedono in quel poco che ho menzionato e gridare forte loro: certe persone non cambiano mai, non possono fare altro che peggiorare col tempo se non ammettono a se stesse di avere un problema e che devono farsi curare senza se e senza ma, perciò vi dico, a gran voce: fuggite finché siete ancora in tempo, non arrivate a rischiare la morte ogni volta che venite minacciate perché con l’aggiunta dell’abuso di alcool, chi avete di fronte è imprevedibile, potrebbe non andarvi sempre bene.

A presto. 

Raffaella Ragnoli

La risposta della direzione

Pubblichiamo la sua lettera, Raffaella, in questa pagina dei lettori, uno spazio di libertà anche per chi come lei la libertà l’ha persa a causa di una condanna all’ergastolo per omicidio.

Le registriamo così, senza entrare nel merito, poiché i giornali non fanno processi, né li riaprono: la giustizia, come in tutti i Paesi civili, ha un suo corso; avrà modo di sostenere le sue ragioni e difendersi negli ulteriori gradi di giudizio.

Per quanto ci riguarda ci fermiamo qui, sulla soglia, concedendo e chiedendo per tutti i protagonisti della vicenda rispetto. Rispetto per lei, Raffaella, che i conti con la giustizia li sta facendo. Rispetto per chi voce non l’ha più e non può nemmeno difendersi, essendo stato ucciso. Rispetto soprattutto per i vostri figli, che sono vittime due volte, pagando carissime le scelte dei genitori ed essendo stati travolti da un ciclone loro malgrado. Per questo hanno tutta la nostra solidarietà, il nostro sostegno, affinché possano ricominciare a vivere con un briciolo di serenità, senza tormento.

Giorgio Bardaglio, vicedirettore del Giornale di Brescia

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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