Era lì poco più di un anno fa: campo base del Langtang Lirung, il gigante di ghiaccio dal quale ha avuto origine la devastante alluvione che ha messo in ginocchio il Nepal, e il cui bilancio delle vittime è salito a oltre 470. La foto che conserva di quel viaggio è mozzafiato: «Ma quella che vedete è la parete sud, il crollo è invece avvenuto in quella a nord». Domenico Bonometti, fotografo bresciano di lungo corso, c’era tornato dopo la prima volta, indimenticabile, nel 1993: «Mi trovavo in quella zona per un trekking di cinque giorni. Ho dormito anche a Syabrubesi, nella valle del Langtang, dove si sono registrati purtroppo moltissimi morti».
In nessuna delle due occasioni, ci racconta, ha ricevuto dalle autorità locali raccomandazioni o indicazioni particolari sulla possibilità di pericoli imminenti. Quell’area, però, già nel 2015 era stata teatro di un violento fenomeno naturale, un terremoto che colpì durissimo anche il Langtang: «Risalendo la valle, per circa tre chilometri si attraversa una zona completamente sabbiosa. Quello era un villaggio, spazzato via dal sisma».

Possibile nuova inondazione
Il pericolo di una nuova inondazione per la popolazione, intanto, non è ancora scongiurato. A lanciare l’allarme è la climatologa del Cnr Marina Baldi, che attribuisce lo scioglimento dei ghiacciai, di cui una parte è crollata improvvisamente, ai cambiamenti climatici. «Il distacco del ghiaccio è senz’altro stato causato dal riscaldamento globale. Le immagini scattate dai satelliti dell’Earth Observing System (Eos) della Nasa, prima e dopo l’evento, mostrano che è venuta a mancare una parte del ghiacciaio: non fanno però capire ancora il volume totale rimasto. Previsioni su quando ci potrebbe essere il nuovo crollo, e sulla sua intensità non possono perciò essere formulate». Il fenomeno, secondo Baldi, potrebbe ripetersi se dovesse cederne anche la restante parte: i rischi per la popolazione sopravvissuta, quindi, sono tuttora persistenti.
Le cause
La climatologa ricorda che fenomeni simili, anche se dall’intensità minore, erano stati registrati più volte nel Sud-Est dell’Asia e sulle Alpi Svizzere, dove «il sito di informazioni di geofisica del Paese ricorda che masse di ghiaccio erano venute giù con masse enormi di detriti». Baldi sostiene che il fenomeno che si è verificato tra Nepal e Tibet può essere classificato come alluvione, purché se ne sottolineino i concomitanti eventi: si tratta della fusione del ghiaccio e della frana con il crollo dei detriti, mentre la scossa di terremoto determinata dal crollo del ghiacciaio è stata ininfluente nella formazione della gigantesca frana.

Il sisma una conseguenza
A confermare che il sisma è stato una conseguenza del crollo, e non viceversa, è l’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (Ingv), alla luce delle ultime analisi dei dati sismici e delle immagini satellitari. «Da una prima ricostruzione, i detriti hanno temporaneamente ostruito il fiume Lhende Khola e il successivo cedimento della diga naturale ha liberato una imponente colata di acqua, fango e detriti che ha travolto gli insediamenti a valle», spiegano gli esperti Ingv in una nota.
Le successive analisi hanno permesso di attribuire il segnale sismico al collasso del ghiacciaio e alla conseguente colata di detriti che ha liberato un’energia paragonabile a un terremoto di magnitudo, ricalcolata a 5.2 contro i 4.4 iniziali. Nelle stesse zone, ricorda Baldi, «nell’agosto dello scorso anno esondò un lago glaciale nel vicino Tibet a causa delle alte temperature che favorirono disgelo e copiose precipitazioni (entrambi i fatti aumentarono il livello del lago considerevolmente) nella regione montuosa».



