«Non vogliamo trasformare una vicenda umana dolorosa in uno scontro ideologico. Chiediamo che venga verificato con rigore se una procedura di morte medicalmente assistita organizzata nell’ambito della sanità pubblica sia stata attuata nel pieno rispetto dei limiti stabiliti dalla Corte costituzionale». A spiegarlo è il bresciano Giacomo Gigliotti, presidente di «Viva la Vita Italia Odv-Ets», che dal 2012 convive con la Sla. Con riferimento al caso di morte medicalmente assistita avvenuto in Lombardia il 25 agosto, «Viva la Vita Italia» ha presentato un esposto alla Procura della Repubblica del Tribunale di Busto Arsizio in cui chiede una verifica delle modalità con cui la procedura è stata organizzata e attuata nell’ambito del Servizio sanitario regionale.
Presidente Gigliotti, perché chiedete questa verifica?
Secondo le informazioni rese pubbliche, il Ssr avrebbe avuto un ruolo diretto anche nella fase attuativa, mettendo a disposizione assistenza sanitaria, personale, farmaco, strumentazione, sistema di autosomministrazione e struttura sanitaria. Per «Viva la Vita Italia» è quindi importante accertare che siano state rispettate tutte le condizioni indicate dalla Corte costituzionale per la circoscritta area di non punibilità dell’aiuto al suicidio: l’esistenza di una patologia irreversibile, la presenza di sofferenze fisiche o psicologiche ritenute intollerabili, la dipendenza da trattamenti di sostegno vitale e la piena capacità della persona di assumere una decisione libera e consapevole.
Su quali aspetti chiedete chiarezza?
L’effettiva autosomministrazione del farmaco, elemento che distingue l’aiuto al suicidio dalla somministrazione materiale da parte di un’altra persona. Chiediamo di verificare che siano state fornite informazioni complete sulle cure palliative, sulla terapia del dolore, sulla gestione dei sintomi e sulla sedazione palliativa profonda continua. L’esposto chiede inoltre di ricostruire il percorso sanitario e amministrativo che ha portato alla procedura.
Ritiene necessaria una legge sul fine vita?
Come associazione non riteniamo necessario introdurre una legge sul fine vita, anche perché l’ordinamento prevede già strumenti come le Dat, le disposizioni anticipate di trattamento. Riteniamo però che, dopo le pronunce della Corte costituzionale, sia necessario normare i requisiti di ammissione e le condizioni per la non punibilità. Premesso ciò non condividiamo che sia il Servizio sanitario pubblico a farsi carico dell’attuazione della procedura. Crediamo che la sua priorità debba essere tutelare la vita, investendo nella ricerca scientifica e nell’assistenza alle gravi patologie.



