Cronaca

«La Luna diventerà una stazione di rifornimento spaziale»

Il prof. Massimo Della Valle, astrofisico, bresciano di formazione, analizza il significato della missione Artemis e le sue ricadute scientifiche ed economiche anche per il territorio
La missione Artemis è propedeutica al ritorno dell'uomo sulla Luna - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
La missione Artemis è propedeutica al ritorno dell'uomo sulla Luna - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
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Nell’antica mitologia greca Apollo e Artemide sono gemelli. Rappresentano l'equilibrio degli opposti: Apollo è il dio del Sole, della luce, della ragione e delle arti, mentre Artemide è la dea della Luna, della caccia, della natura selvaggia e dell'ignoto. Insieme governano il ciclo del giorno e della notte. Non è un caso che la missione che segna il ritorno sulla Luna si chiami Artemis, Artemide appunto: dopo Apollo, che nel 1969 portò per la prima volta l’uomo sul nostro satellite, i due nomi raccontano una continuità, ma allo stesso tempo anche un cambio di epoca.

«Non si tratta solo un richiamo mitologico, che pure è molto evocativo: è anche un segno dei tempi. Artemide è una figura femminile, e questo nome riflette una sensibilità nuova, legata al tema del gender balance e dell’inclusione. Non è stato scelto per caso» dice il prof. Massimo Della Valle, astrofisico, dirigente di ricerca dell'Inaf presso l'Osservatorio di Capodimonte e accademico di fama internazionale, celebre per i suoi studi pionieristici su Novae e Supernovae. Già direttore dell'Osservatorio Astronomico di Napoli e membro del Consiglio di amministrazione dell'Istituto Nazionale di Astrofisica (Inaf), socio corrispondente dell’Accademia dei Lincei, diplomato al liceo Calini di Brescia, è una delle voci più autorevoli nel panorama scientifico italiano per la comprensione dell'evoluzione dell'Universo e dei suoi fenomeni più energetici.

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Artemis II: il lancio del razzo Space Launch System

Professore, quali sono le differenze tra le emozioni dell’allunaggio del 1969 e quelle legate alla missione Artemis di oggi?

«Io nel 1969 ero giovane, ma abbastanza grande da rendermi conto di quello che stava accadendo. È una delle sensazioni più forti che ricordo della mia infanzia, o dell’inizio dell’adolescenza. Era davvero la percezione di assistere a qualcosa che non si sarebbe più ripetuto.

Oggi temo che non ci sia lo stesso impatto, soprattutto tra i più giovani. Spero di sbagliarmi, ma bisogna considerare che allora vivevamo anche un contesto completamente diverso: c’era la Guerra fredda, la cortina di ferro, la diffidenza reciproca tra Occidente e Unione Sovietica.

Quella tensione rendeva tutto più carico di significato. Non era solo una conquista scientifica, era anche una dimostrazione di forza, di capacità tecnologica, quasi di superiorità.

Per questo credo che il vero confronto si potrà fare solo quando gli esseri umani torneranno davvero a camminare sulla Luna. In quel momento capiremo se nascerà una nuova emozione collettiva o se resterà qualcosa di più distante per le nuove generazioni».

L'astrofisico Massimo Della Valle
L'astrofisico Massimo Della Valle

Perché oggi torniamo sulla Luna?

«La prima risposta è semplice: è passato più di mezzo secolo. Ma questa volta la logica è completamente diversa. Nel 1969 si trattava di arrivare per primi, dimostrare una superiorità tecnologica, raccogliere campioni – 200, 300 chili di rocce lunari – e poi tornare a casa. E in un certo senso la storia si è chiusa lì. Oggi no. Oggi torniamo sulla Luna per restarci.

L’obiettivo è costruire basi lunari, stabilire una presenza duratura, arrivare addirittura a viverci. È un cambio di paradigma: dalla esplorazione alla permanenza. Una delle ragioni principali è preparare il salto verso Marte. La Luna diventa una sorta di palestra, un luogo dove testare tecnologie, sistemi di sopravvivenza, modelli di insediamento.

Ma c’è un altro elemento che ha cambiato completamente lo scenario: la scoperta del ghiaccio d’acqua nei poli lunari. Questo è un punto fondamentale. Perché l’acqua significa vita, ma anche molto di più. Dall’acqua si possono ottenere ossigeno e idrogeno. L’ossigeno serve per respirare, quindi per rendere abitabili le basi lunari. L’acqua stessa può essere utilizzata come risorsa per il sostentamento umano.

Ma soprattutto idrogeno e ossigeno sono i componenti principali dei combustibili per razzi e sistemi energetici. Questo vuol dire che sulla Luna si possono produrre carburanti direttamente in loco.

A quel punto la Luna diventa una vera e propria stazione di rifornimento spaziale. Non bisogna più portare tutto dalla Terra, con costi enormi: si può produrre energia, carburante e risorse direttamente lì. È una rivoluzione concettuale. La Luna non è più solo una meta, ma un nodo strategico per l’esplorazione dello spazio».

E in questo scenario entra in gioco anche l’elio-3?

«Sì, ed è un altro aspetto estremamente importante, soprattutto dal punto di vista energetico. Uno dei grandi problemi dell’umanità è l’energia. Oggi utilizziamo principalmente la fissione nucleare – quella delle centrali, per intenderci – che comporta scorie e problemi di sicurezza.

La fusione nucleare è un’altra cosa: è il processo con cui le stelle, come il Sole, producono energia. Ed è molto più efficiente. L’elio-3 è uno degli elementi chiave per la fusione. Sulla Terra esiste, ma in quantità molto limitate. Sulla Luna, invece, è molto più concentrato. Questo significa che la Luna potrebbe diventare una risorsa fondamentale per lo sviluppo della fusione nucleare.

Il concetto, se vogliamo semplificare, è questo: non dobbiamo limitarci a usare il Sole attraverso la sua luce o il calore, per esempio con i pannelli solari. Dobbiamo imparare a imitarlo. Imitare il modo in cui le stelle producono energia potrebbe cambiare radicalmente il futuro dell’umanità. E la Luna, da questo punto di vista, rappresenta una riserva strategica».

Oggi come nel 1969 esiste una competizione tra blocchi geopolitici. Quali sono gli effetti?

«La competizione è reale ed è già in atto. Il programma cinese non ha nulla da invidiare a quello americano, europeo, giapponese o canadese. Anche loro prevedono l’allunaggio intorno al 2030. Siamo quindi di fronte a una nuova Space Race. E, come negli anni Sessanta, questa competizione è un acceleratore. Spinge a investire, a innovare, a correre di più.

La prima pagina del GdB del 21 luglio 1969 © www.giornaledibrescia.it
La prima pagina del GdB del 21 luglio 1969 © www.giornaledibrescia.it

Mi piace ricordare una frase di Lyndon Johnson, quando era vicepresidente degli Stati Uniti: “Chi arriva primo nello spazio, arriva primo in tutto”. È una frase molto potente. Perché andare nello spazio richiede tecnologie avanzatissime, conoscenze sofisticate, capacità ingegneristiche e scientifiche di altissimo livello. E tutte queste competenze, una volta sviluppate, hanno ricadute enormi sulla vita quotidiana.

In questo senso la corsa allo spazio non è solo una competizione simbolica: è un motore di sviluppo. Se dovessi riassumere con due idee: la gara è ricominciata. E bisogna andare nello spazio per vedere meglio sulla Terra».

Brescia e la Lombardia possono giocare un ruolo nella New Space Economy?

«Il rischio, se vogliamo dirla in modo diretto, è che le nostre aziende vengano coinvolte solo nella produzione di componenti, magari anche sofisticati, ma senza un reale salto di qualità. Per evitarlo serve una strategia chiara: investire sulle competenze. Abbiamo già un tessuto industriale forte, capace di produrre. Ma dobbiamo allinearlo con il mondo della ricerca.

Questo significa creare un ponte, un dialogo continuo tra università e imprese. Penso, per esempio, a dottorati industriali in matematica, astrofisica, ingegneria, finanziati direttamente dalle aziende. In questo modo si crea un feedback continuo: la ricerca risponde alle esigenze dell’industria, e l’industria si nutre dell’innovazione scientifica. È in un ambiente così che avviene il vero salto.

La scienza smette di essere solo conoscenza della natura – che resta fondamentale, ed è ciò che mi ha spinto a fare questo mestiere – e diventa innovazione. E quando diventa innovazione, diventa anche valore economico.

Questo è il punto: costruire un ponte stabile tra ricerca e impresa. Perché solo così le grandi sfide dello spazio si trasformano in opportunità concrete per il territorio».

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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