Cronaca

Mille Miglia, dai quattro moschettieri al «bacio della morte»

La nascita e la fine di una corsa nata dopo la perdita del Gran Premio d’Italia e diventata leggenda
Gianluca Barca
Il bacio di Linda Christian ad Alfonso de Portago apparso su Life
Il bacio di Linda Christian ad Alfonso de Portago apparso su Life

Fu un decreto d’urgenza del governo guidato dal democristiano Adone Zoli a decretare nel 1957 la fine della Mille Miglia. Pochi giorni prima, a Guidizzolo, in provincia di Mantova, la Ferrari di Alfonso De Portago, lanciata a oltre 250 chilomentri all’ora, aveva travolto la folla uccidendo, oltre ai due componenti dell’equipaggio, 9 persone, tra cui cinque bambini.

La corsa, disputata per la prima volta tra il 26 e il 27 marzo del 1927, aveva da poco compiuto trent’anni. L’anno prossimo si ricorderà il centenario. In trent’anni la Mille Miglia era diventata, mito, storia, leggenda.

I «quattro moschettieri», Giovanni Canestrini, Franco Mazzotti, Aymo Maggi e Renzo Castagneto l’avevano inventata come risposta al fatto che la costruzione dell’autodromo di Monza aveva scippato alla Leonessa il Gran Premio d’Italia, la cui prima edizione si era svolta nel 1921 sul circuito della Fascia d’Oro.

Si voleva una manifestazione che avvicinasse il popolo all’automobile. La spinta futurista celebrava in quegli anni l’ardimento della velocità. «Organizziamo un Giro d’Italia», propose qualcuno. «Troppo complicato, le strade non sono adeguate». Si decise di puntare su Roma: «Quanto è lungo il percorso da Brescia, andata e ritorno?» «1600 km». Mazzotti che era appena tornato dall’America fece rapida la conversione: «1000 miglia». Nacque la Coppa delle Mille Miglia. Al duce, che vide in quel nome, miglia, un richiamo alla tradizione imperiale britannica, dissero che anche nell’antica Roma di parlava di «miliarium», mille passi doppi di un legionario. E così venne aggirato anche l’eventuale intoppo politico.

Eroi al volante

Da lì in poi la storia divenne epopea. Resa possibile da protagonisti di valore assoluto e dal fatto che ancora non esistevano né la televisione né tutto quello che in ambito di comunicazione sarebbe venuto dopo. Nuvolari che sorpassa Varzi a fari spenti nella notte («macché fari spenti, sarà stata una pausa al massimo di due secondi, al momento in cui gli arrivammo in coda», raccontava Guidotti, il coequipier del mantovano volante nell’edizione 1930). Nuvolari sotto la pioggia senza cofano, le telefonate lungo il percorso: «Piove? L’avete visto passare, il motore regge?». E a ogni telefonata la storia si arricchiva di un capitolo nuovo, realtà e fantasia mescolate insieme. Tutto ciò difficilmente avrebbero potuto sopravvivere con il «fermo immagine», il rallentatore, Internet, le riprese con i telefonini e la trasmissione in diretta. Il pubblico assiepato lungo le strade ne raccontava le emozioni come l’Iliade di Omero. I bresciani che si iscrivevano in massa alla corsa tornavano a casa come pionieri e la colpa dell’errore, della sbandata, dell’incidente era sempre del compagno di guida, mai di chi raccontava. Testimoni non ce n’erano.

Tutto finì in un giorno di maggio, immortalato nella foto del bacio che l’attrice Linda Christian in abito a pois e foulard in testa, stampò, sulle labbra del fidanzato Alfonso De Portago al controllo di Roma, un attimo prima che il pilota riprendesse la corsa. «Il bacio della morte» titolò la rivista Life. «Innocenti uomini d’altri tempi, astratta potenza, fuggono la vita e la storia, lasciando dietro a sé la strage di uomini d’oggi, presenti e felici della calda umile vita, innocenti eroi», recita l’iscrizione sul monumento eretto a Guidizzolo nel luogo della strage. Solo la Mille Miglia è immortale.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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