Mark Hunyadi: «La fiducia è presupposto inevitabile della società»

Il professore aprirà domani sera il Festival dell’educazione con una relazione dal titolo «Vivere in città: una storia di fiducia. In principio c’è la fiducia». Appuntamento alle 20 al Teatro Grande di Brescia
Mark Hunyadi
Mark Hunyadi
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La fiducia è inevitabile. È presupposto della vita sociale. Può essere delusa, può cambiare nei confronti di determinate persone, istituzioni, cose. È messa in discussione dall’individualismo moderno e dall’idea di «digitale affidabile». Ma permane. Lo dimostra Mark Hunyadi, professore di filosofia sociale, morale e politica all’Università di Lovanio, autore del saggio «Credere nella fiducia» (Vita e Pensiero), che domani sera aprirà il Festival internazionale dell’Educazione con una relazione dal titolo «Vivere in città: una storia di fiducia. In principio c’è la fiducia». L’appuntamento è alle 20, al Teatro Grande.

Il pubblico al Festival dell'educazione - © www.giornaledibrescia.it
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Professor Hunyadi, la fiducia è all’origine della convivena umana, un atto di fiducia è costitutivo della società. Ma evidentemente non è data una volta per tutte e varia nel tempo. È così?

«A livello generale, la fiducia non è un atto che si potrebbe compiere o meno: è un presupposto inevitabile della vita sociale. La fiducia è la relazione sociale fondamentale. Ciò non significa che ci si debba necessariamente fidare di tutti, ma che, in generale, non si può non avere fiducia (nelle cose, nelle persone, nelle istituzioni). La sfiducia si staglia sempre su uno sfondo di fiducia. Ciò che cambia nel tempo è la fiducia che si può riporre in una determinata persona, istituzione, cosa: un amico può tradire, un’istituzione può crollare... Si tratta di una fiducia puntuale. Ad esempio, quando non si ha più fiducia nel governo, questo è certamente importante a livello politico, ma si continua a circolare, ad avere amici, a sedersi sulla sedia... La fiducia come relazione fondamentale con il mondo permane».

Cosa minaccia e cosa incoraggia la fiducia?

«Il fatto di poter contare sul modo in cui si comporteranno le persone, le istituzioni, le cose. Quando andate dal medico, vi aspettate che vi curi al meglio delle sue competenze. Questa è fiducia. Quando risparmiate denaro, contate sulla Banca centrale per una buona gestione della moneta. Quando ci sediamo su una sedia, ci aspettiamo che sostenga il nostro peso. Abbiamo sempre delle aspettative e la fiducia si nutre di queste aspettative. La domanda è quindi: cosa giustifica queste nostre aspettative? E qui c’è una miriade di fattori: l’esperienza passata, le abitudini, le credenze, le informazioni a nostra disposizione, ma anche e soprattutto tutte le regole che stabilizzano le aspettative di comportamento: le regole (di cortesia, di circolazione, ma anche morali o economiche) stabiliscono ciò che possiamo aspettarci gli uni dagli altri. Ma poiché si tratta sempre e solo di aspettative, queste possono sempre essere deluse: è l’incertezza fondamentale legata alla condizione umana».

Nel suo libro «Credere nella fiducia» lei parla dell’impatto del digitale sulla fiducia. Può dirci qualcosa al riguardo?

«Sì. Uno slogan onnipresente tra gli operatori digitali è quello di costruire un «digitale affidabile». Ma il paradosso è che un digitale affidabile è un digitale che può fare a meno della fiducia! Il miglior esempio è il bitcoin: per i suoi inventori non è più necessario fidarsi della Banca centrale o di tutti gli attori coinvolti in una transazione: tutto deve essere automatico, meccanico, sicuro. Lo dicono esplicitamente. Ho sempre pensato che questa fosse la verità del digitale: costruire un mondo perfettamente sicuro, in cui ognuno possa agire senza bisogno di fidarsi. Quindi l’ideale di un mondo digitale è un mondo automatico, in cui tutto è gestito dalla tecnologia. Un mondo che non ha più bisogno di fiducia».

Lei scrive che la fiducia è inevitabile, e che supera persino l’individualismo caratterizzato dal primato della volontà, tipico della modernità. Come può avvenire questo?

«Sì, l’individualismo moderno si è costruito sull’idea (che ha preso forma nel XIV secolo, il secolo de «Il Nome della rosa» di Umberto Eco!) che l’individuo fosse dotato di una volontà libera e sovrana. Ma una teoria rigorosa della fiducia dimostra che quest’immagine è falsa, perché la volontà dipende sempre da qualcosa che non dipende dalla volontà. È molto semplice: se voglio sedermi, devo poter contare sulla solidità della sedia; ora, questa solidità non dipende dalla mia volontà, ma dalla sedia. Ed è facile vedere che è così per ogni azione, senza eccezioni. La volontà non è quindi sovrana, l'individualismo moderno si basa quindi su una rappresentazione falsa, ma che è stata molto efficace».

Si può educare alla fiducia?

«È possibile educare al rispetto delle aspettative comportamentali che gravano su di noi. In qualità di genitori, medici, dipendenti, studenti, cittadini, responsabili politici... Ciò presuppone, ad esempio, che non si educhino le persone a essere dei puri opportunisti che perseguono sempre il proprio interesse. Come si può intuire, è un programma impegnativo».

Il Festival

Meno due giorni all’inizio del Festival internazionale dell’educazione «La città che apprende. Apprendere nella città». La seconda edizione della rassegna, che si compone di oltre 50 appuntamenti (di cui 3 main event le prime tre serate) in 17 luoghi sparsi per il territorio della città, è promossa dall’Università Cattolica del Sacro Cuore, Fondazione Brescia Musei, Fondazione Asm, Gruppo La Scuola, InnexHub – Fondazione Aib, Fondazione Teatro Grande con il sostegno di Fondazione Comunità Bresciana, del Comune di Brescia, di Regione Lombardia e degli sponsor KPMG, Promotica, Gruppo Foppa – Scuola Audiofonetica.

Intelligenza artificiale - © www.giornaledibrescia.it
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L'inaugurazione sarà giovedì 2 ottobre alle 20 al Teatro Grande: introdurranno la serata Umberto Angelini, sovrintendente della Fondazione Teatro Grande e Domenico Simeone, preside della facoltà di Scienze della formazione dell'Università Cattolica e direttore scientifico del Festival. Seguiranno gli interventi della sindaca di Brescia, Laura Castelletti, di Elena Beccalli, rettore dell'Università Cattolica e di Daniel Baril, esperto di educazione degli adulti e presidente del consiglio direttivo dell’Istituto Unesco per l’Apprendimento permanente.

Ospite della seconda serata in programma venerdì 3 ottobre alle 20.30 nell’aula magna della Cattolica sarà Eraldo Affinati sulla storia delle scuole di Penny Wirton dedicate all’insegnamento gratuito dell’italiano ai migranti. Sabato 4 ottobre alle 20 al Santa Giulia interverrà Philippe Meirieu, uno dei più grandi pedagogisti francesi.

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