Cronaca

Chi sono davvero i maranza e qual è la situazione a Brescia

Negli anni ‘80 erano i «tamarri», oggi sono diventati i teppisti delle periferie che devastano i centri. È corretto racchiuderli in un’unica categoria? Ne abbiamo parlato con Gabriel Seroussi, che ha dedicato un libro al fenomeno, e Mariam Ghassan, volontaria di Brescia
Luca Chiarini

Luca Chiarini

Giornalista

Due protagonisti degli scontri di Milano - Foto Ansa/Matteo Corner © www.giornaledibrescia.it
Due protagonisti degli scontri di Milano - Foto Ansa/Matteo Corner © www.giornaledibrescia.it

Tuta acetata, cappellino monogram – preferibilmente d’accatto – sottobraccio una cassa che vomita sguaiatamente i bassi e trilli tipici della trap. E soprattutto una sete di violenza quasi animalesca: dove c’è casino, ci sono loro. Sono i maranza, o almeno questo è il ritratto che se n’è fatto in questi giorni di disordini e saccheggi in diverse città del Nord, a partire da Milano. Chi sono davvero? Qual è il perimetro che tratteggia i confini di questa categoria di persone? Ma soprattutto, è corretto parlare di «rivolta dei maranza», facendo confluire i protagonisti delle violenze in un unico e vastissimo insieme?

Le origini del nome

Gabriel Seroussi ha ventisette anni, fa il giornalista e per Agenzia X ha pubblicato «La periferia vi guarda con odio», un libro che indaga questo fenomeno. Se ne occupa da tempo e lo conosce profondamente. È sulla base delle sue ricerche che arriva a definirlo «un’etichetta», o un semplice «stereotipo». Uno degli elementi che sostengono la sua tesi riguarda la genesi del termine «maranza». Che appare per la prima volta nel gergo comune a metà anni Ottanta, con un’accezione diversa da quella attuale. Lo si utilizzava per riferirsi a chi ascoltava un certo tipo di musica, prettamente commerciale e in voga nelle discoteche milanesi. L’equivalente di ciò che oggi definiremmo «tamarro».

Negli anni Novanta, però, quella parola scompare. Cade in disuso, come una piccola meteora lessicale. La gente se ne dimentica. Serve un gesto plateale per rimuovere lo spesso strato di polvere che la ricopre e ritirarla a lucido. È esattamente quello che accade nel 2008: «A Milano, nel noto quartiere popolare, un gruppo neofascista scrisse su un muro “via i maranza da Corvetto”. Fu in quell’occasione – racconta – che la parola assunse una connotazione xenofoba, venendo utilizzata in riferimento a persone di origini nordafricane».

Comportamenti aggressivi

Quell’episodio, pur significativo, resta a lungo isolato. Per più di dieci anni non si parla di maranza. Fino a dopo il Covid: esplode Twitch, la piattaforma che consente a chiunque di trasmettere in diretta. Gli «streamer» si riprendono mentre camminano per le strade di Milano. Quando incontrano qualcuno con un’indole aggressiva lo chiamano «maranza». E così si aggiunge una sfumatura comportamentale: rientrano in questa categoria i violenti, quelli che rubano le catenine e i cellulari, o più semplicemente chiunque s’atteggi a criminale.

Confini sfumati

Attraverso questi snodi, insomma, si arriva all’identikit moderno: «Un giovane cresciuto in periferia, con background migratorio, che veste streetwear e fa lo spaccone». Per Seroussi questa è una semplificazione: «Perché in un contenitore così entra un po’ di tutto». Certo, molti di quelli che identifichiamo come maranza sono giovani di seconda generazione, spesso minorenni: «Ma altri sono italianissimi, cresciuti negli stessi contesti e affascinati dalla stessa musica, o dagli stessi gusti estetici nell’abbigliamento. E poi ci sono i minori stranieri non accompagnati, che hanno storie completamente diverse da quelle di tutti gli altri».

Categorie eterogenee che complicano una classificazione univoca di questi gruppi di persone: «Chiamarli maranza è una semplificazione data in pasta al pubblico – dice Seroussi –. Quei ragazzi hanno in realtà atteggiamenti, attitudini e interessi culturali radicalmente diversi gli uni dagli altri. Così diversi da rendere profondamente superficiale un’etichetta unica».

Le violenze

Gli scontri a Milano
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Gli scontri a Milano

Allora cosa raccontano i fatti di Milano, o quelli di Brescia (in tono minore)? La rabbia che ribolle sotto i piedi di una generazione, e non di una singola categoria di persone: «Negli ultimi anni abbiamo assistito a un progressivo peggioramento delle condizioni di vita di tutti. Questi ragazzi si guardano attorno e non trovano alcuna rappresentanza politica. Di più: si vedono criminalizzati e marginalizzati dal potere». Il che non giustifica i saccheggi e le devastazioni dei giorni scorsi: «Ma è altrettanto sbagliato sovrapporre i piani: dobbiamo interrogarci su quale sia il contesto da cui hanno origine certi fenomeni e comportamenti. Come ha scritto Marracash, come si può pensare che questa gente non sia arrabbiata?».

Il rap e le prese di posizione degli artisti

È dove non arriva la politica che s’insinua la musica: «In Francia chi protesta ha un interlocutore politico, che è Melénchon. In Italia questa figura non c’è». E così il rap (con tutti i suoi sottogeneri, dalla «trap» alla «drill») sopperisce a questa mancanza. Offrendo a questa rabbia un veicolo attraverso il quale può essere raccontata e rappresentata al mondo: «Con tutte le loro contraddizioni, i rapper danno voce a questi ragazzi. E i ragazzi vedono nel rap un’occasione di riscatto, uno dei pochi ambiti nei quali hanno ancora l’opportunità di realizzarsi».

Non a caso, è proprio da quel mondo che sono arrivate le prese di posizione più nette. «Le diseguaglianze sociali sono la mia battaglia, alla ribellione ho dedicato la mia vita. Ecco da che parte sto – ha scritto su Instagram Marracash –. Un anno fa da un palco dicevo che il potere capisce solo il potere e che è ora che il popolo mostri il proprio. Due anni fa pubblicavo un disco catastrofista già dal titolo. Aspettavo questa reazione da tempo e credo che siamo solo all’inizio. Con le buone non cambi le cose».

Contro di lui e altri colleghi si è schierato Fedez: «I manifestanti non sono Pokémon da scagliare per il proprio tornaconto, per avere nuova audience. Il vostro rapper preferito, alla fine della giornata, tornerà in prima fila alle sfilate di Louis Vuitton». Il pugliese Kid Yugi, parlando della sua Massafra, ha richiamato l’attenzione sulla protesta degli autotrasportatori, «nell’indifferenza delle istituzioni e dei media tradizionali. Il patto sociale – ha sottolineato – è stato infranto». Per Madame occorre «capire la violenza», anziché limitarsi a condannarla: «È violenta la nostra voglia di ribellione», ha scritto sui suoi canali social. «La violenza delle manifestazioni non è e non sarà mai paragonabile alla violenza con cui si permettono di togliere dignità alle vite delle persone», le ha fatto eco Sayf.

La situazione a Brescia

Mariam Ghassan fa la volontaria alla biblioteca sociale «Porto delle culture», in via Milano. Ha ventisette anni e si confronta quotidianamente con questi ragazzi: «Da un lato, a Brescia come in altre città, c’è chi rivendica la propria appartenenza al mondo maranza. È un’identità che si costruiscono, fatta di gusti musicali, estetici e comportamenti. L’altra faccia della medaglia sono quelli che usano lo stesso termine per denigrarli». In città, ci racconta Mariam, non esiste alcuna emergenza: «C’è una rete di realtà del terzo settore che li supportano. In fondo si tratta di conoscerli, capire i loro interessi e le loro passioni, e aiutarli a coltivarle».

Le sacche di violenza ovviamente ci sono: in alcuni casi si tratta di semplice emulazione di un immaginario scoperto su internet, in altri è espressione di un disagio più profondo. «Ma se sono violenti, è perché sono cresciuti in un mondo violento», osserva Mariam. «La verità è che serve una categoria contro la quale puntare il dito». Il problema, che evidentemente c’è, è più complesso di così. Comprendere questo aspetto è forse il primo passo per provare a risolverlo.

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