Cronaca

Lumezzane, una memoria di ferro: quei chiodi che fecero grande Venezia

Le «bròche» battute a mano erano usate anche per le navi della Serenissima: una storia di fatica e compensi da fame
Egidio Bonomi
Angelo Saleri, l’ultimo «bruchitì» lumezzanese
Angelo Saleri, l’ultimo «bruchitì» lumezzanese

«Fa le bròche», nell’aspro e forte dialetto di Lumezzane, significa «fare chiodi», un’espressione che si è estinta come quel lavoro greve, quasi massacrante, durato diversi secoli fino agli anni Quaranta del ’900. Gli addetti a quella mansione erano chiamati «bruchitì».

Lavoro povero

L’espressione «fa le broche» portava con sé un corollario dai risvolti angosciosi, perché significa coltivare povertà e indigenza: si lavorava dodici, tredici ore quotidianamente per una remunerazione da fame. Lavoro povero, dunque, sia pure con il lato positivo (almeno quello) che non conosceva crisi di mercato. I chiodi erano fabbricati a mano: un fornello per arroventare il ferro, un’incudine, un martello e mani callose (di là da venire i guanti) a battere vigorosamente sul metallo per dargli la definitiva forma di chiodo, squadrato, con punta acuta e piccola piattaforma per la battuta.

I chiodi, anzi, le «broche» misuravano dai pochi centimetri al mezzo metro. I più lunghi, per secoli, servivano alla Repubblica Serenissima veneziana per costruire le caravelle e le navi di vario tipo, tutte in legno. Non per nulla i chiodi venivano conteggiati al «mearo», che nel dialetto veneto significava «migliaio», facile intuire che oltre al peso si considerava il numero.

L’ultimo artigiano

L’ultimo «bruchitì» lumezzanese è stato Angelo Saleri, della famiglia dei «Fagiù», spentosi a 98 anni nel 1983. Lavorava in una stanzuccia «ön füdhinitì», un’officinetta di... magri metri quadrati e produceva chiodi, ovviamente, ma pure rotelle per carrucole (herèle), ferri di cavallo (fer de cauàl) e altri oggetti in ferro battuto a richiesta.

Le «bròche» conservate da Enzo Saleri
Le «bròche» conservate da Enzo Saleri

Il nipote, Enzo Saleri, prezioso e tenace collezionista di passato lumezzanese, è riuscito a preservare le «bròche» di tutte le misure che emanano un eloquente silenzio di storie, sudori, fatiche e povertà oggi inimmaginabili.

Armi e commerci

Oltre il lavoro misero dei chiodi a Lumezzane si fabbricavano anche armi e parti di esse. Nel Settecento erano richiesti da tutta Europa (sempre in guerra, guarda un po’!) soprattutto gli acciarini per provocare la scintilla che faceva esplodere il colpo d’archibugio.

Nel 1758 gli «acciarinieri» lumezzanesi eliminarono la corrosiva concorrenza al ribasso, facendo cartello (chiamato Università) e stabilirono un prezzo sotto il quale non si poteva scendere. Venezia, dal canto suo, impediva l’emigrazione dei costruttori d’armi o parti di esse, per non «esportare» la... tecnologia d’allora. Storie oggi affascinanti, ma pure rivelatrici di quanto sia costato il benessere del tempo in corsa.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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