«Vuole provare lei a vivere a Brescia con 1600 euro al mese? Per farcela serve un mago. Quei 1600 euro devono bastare per trovare una casa in affitto, possibilmente vicino al centro sennò in Tribunale come ci arriva? Con l’auto? Con quello che costa la benzina? Poi ci deve pagare il riscaldamento, che qui da voi lavora per mesi, mentre da noi quasi non esiste. Ma anche il vitto. Sa quanto costa la spesa da voi più che da noi? Tanto, molto di più. Dei 1600 euro di stipendio, cosa resta? Niente. Se mamma e papà non ti danno la mancia per la ricarica del telefono e un caffè al bar non sai come fare».
Antonella (il nome è di fantasia per proteggere lei e la sua scelta) spiega così la decisione di rinunciare ad un posto da assistente giudiziario dei 18 messi recentemente a concorso dal ministero di Giustizia per il Tribunale di Brescia.
Le ragioni del no
Originaria di una provincia siciliana, quando ha deciso di partecipare al bando – che è su base nazionale - e si è messa a studiare per vincerlo, sperava in un posto più vicino a casa: in un contesto economicamente più abbordabile. Quando ha scoperto di aver vinto, ma di essere destinata a Brescia non ha avuto dubbi: «Grazie, ma no grazie». Conti alla mano difficile darle torto.
Vivere nella nostra provincia con 1600 euro al mese, se non si hanno appoggi famigliari, o se non si riesce quanto meno a condividere il costo dell’affitto, rischia di trasformarsi in un sacrificio avvilente. Anche perché non si tratta di un sacrificio iniziale, compensato da guadagni decisamente più lauti in futuro. Per arrivare a duemila euro al mese (hai capito, duemila!) di anni ne devono passare parecchi.
Stipendi inadeguati
Che nei panni di Antonella si sia trovata una dozzina abbondante di persone non può sorprendere. Dei 18 posti messi a concorso per il solo Tribunale, stando a dati confermati a palazzo, solo 2 sono stati accettati. Poco conta se tra i protagonisti del rifiuto qualcuno l’ha fatto perché nel frattempo è stato stabilizzato nell’ambito delle procedure di assunzione previste per gli addetti dell’ufficio del processo. Il tema resta in tutta la sua gravità. La giustizia tutta, e quella bresciana in particolare, soffrono di croniche carenze di organico e le misure messe in campo da chi deve mettercele sono inadeguate. «I salari – ci ha detto Lara Scaroni, della funzione pubblica della Cgil - sono fermi a venticinque anni fa, al potere di acquisto che avevano allora. La vita e il suo costo nel frattempo sono diventate decisamente più care e non si possono proporre stipendi di questo tipo se si vogliono risolvere i problemi».
Due buoni pasto
Quei 16 posti lasciati vacanti, almeno per ora, potrebbero essere coperti subito. In estate il ministero ha stabilizzati diversi addetti dell’ufficio del processo e ad altri, circa venticinque per Brescia, ha prorogato il contratto a termine con la promessa che, nell’ambito della prossima Finanziaria, troverà le risorse per trasformare il loro contratto a tempo indeterminato. «Nel frattempo queste persone – prosegue Scaroni – lavorano in smart working: due giorni nove ore, gli altri tre sei ore. Sembra tutto studiato perché maturino due soli buoni pasto. Come non bastasse inoltre il primo stipendio lo prendono 3, 4 mesi dopo l’assunzione. E nel frattempo come fanno a trovarsi casa e a scampare?». Bella domanda.




