Cultura

Editoria e intelligenza artificiale: le sfide da affrontare

Sara Bignotti
In un settore in crisi le nuove tecnologie possono essere utili strumenti o «concorrenti»
Un libro - © www.giornaledibrescia.it
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«Intelligenza artificiale e intelligenza editoriale» è stato il cuore del dibattito conclusivo, ieri, del 43° Seminario di perfezionamento della Scuola per Librai Umberto e Elisabetta Mauri, che si è tenuto a Venezia. Un appuntamento annuale per editori, librai, promotori nel quale, dati AIE alla mano elaborati su fonti Nielsen e BookData, si fa il punto sullo stato dell’editoria italiana nel contesto globale.

Un contesto segnato, per l’Europa, da una flessione negativa, che per l’Italia nel 2025 si attesta attorno al -2,1% a valore per il mercato di «varia», comprendente la «saggistica» (dove in classifica si posizionano i libri di Aldo Cazzullo e Alessandro Barbero) e la «narrativa».

Ma il presidente dell’AIE Innocenzo Cipolletta ha rilevato, pur nel quadro di sofferenza generale del mercato, una «tenuta» degli editori da 1 a 5 milioni di fatturato, con un calo maggiore sui tascabili (con prezzi inferiori a 10 euro) rispetto a libri con un prezzo di copertina superiore a 10 euro, e un calo di fatturato delle «novità» del -3,7% (con una immissione sul mercato in aumento del +1,8% di copie rispetto al 2024) compensato da una tenuta maggiore del «catalogo profondo» (che pesca prima dei 3 anni di «storico»).

Dati che possono essere significativi per i piccoli-medi editori di catalogo, se si aggiunge l’elemento dei nuovi provvedimenti ministeriali previsti per il 2026-2027 (Carta Cultura; Fondo Biblioteche; Bonus Carta valore).

La sfida

Cosa prevedono i «grandi» che si sono confrontati nella tavola rotonda, in inglese, coordinata da Stefano Mauri, presidente di Messaggerie Italiane e del Gruppo GeMS? Nel Salone di Palazzo Cini, sede della Fondazione Giorgio Cini sull’isola di San Giorgio, si sono confrontati James Daunt (Waterstones e Barnes & Noble), Sonia Draga (presidente della Federazione Europea degli Editori), e due tra i tre editori di varia di maggior fatturato nel mondo: Brian Murray (CEO di HarperCollins Publishers) e David Shelley (CEO di Hachette Book Group e Hachette UK).

Il grattacapo, condiviso da tutti, è come sia possibile contemperare, senza perdere quote di mercato, la contrapposizione di interessi economici e industriali – per cui le grandi «big tech» esercitano pressioni, che si riversano in investimenti, per lo sviluppo delle AI – e prospettive editoriali e culturali di lungo periodo.

L’«Intelligenza del libro», più volte richiamata come una intelligenza sociale che coinvolge diversi attori (autori, editori, lettori, librai), implica la necessità di prendere sul serio, senza demonizzarle, le sfide tecnologiche che, dalla prima rivoluzione «industriale» all’ultima «digitale», hanno sfidato l’oggetto libro con effetti anche virtuosi. Si tratta di capire se e cosa si possa prendere o lasciare, di quell’«oggetto eterno» – come ripeteva Umberto Eco – che è il libro, perfetto come un «cucchiaio».

Gli scenari

Le sfide poste dall’AI aprono più scenari. Il primo riguarda gli strumenti che essa può offrire rispetto alle esigenze editoriali, spaziando dalle applicazioni redazionali per revisione e formattazione di testi, alle «traduzioni di servizio», alle nuove frontiere del «Graphic design», come «Designs.ai», una piattaforma di nuova generazione per l’impaginazione.

Il secondo riguarda la tutela del diritto d’autore e le singole licenze, e investe le relazioni tra editori e gruppi, per una legislazione che coinvolga tutta la filiera. Il terzo riguarda la combinazione di contenuti prodotti dall’intelligenza generativa e «self publishing», ultima frontiera di un processo che in un solo colpo si illuderebbe di assolvere i «mestieri» di autore, editore e libraio.

Rispetto a queste sfide è ancora possibile immaginare questi mestieri e il futuro del libro così come li abbiamo finora conosciuti? L’importante è non cedere alla «tecnofobia», si può rispondere sintetizzando in una battuta la riflessione conclusiva di Vittorio Gallese, neuroscienziato scopritore dei «neuroni-specchio»: il problema non è l’intelligenza artificiale ma, semmai, l’intelligenza umana concepita nella sua dimensione relazionale, corporea, tecnologica, immaginativa. Perché, citando Musil: «Il possibile non è ciò che non è reale, ma ciò che, essendo diverso, potrebbe diventarlo».

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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