«L’AI oggi è straordinaria e mostruosamente potente: offre enormi opportunità, ma comporta anche rischi che dobbiamo imparare a governare». È una sintesi efficace quella del professor Alfonso Emilio Gerevini, ordinario di Ingegneria Informatica all’Università degli Studi di Brescia. È la prima volta nella storia che l’uomo ha a disposizione uno strumento di massa così potente da far intravedere balzi in avanti impensabili o temere che sfugga di mano. Gerevini si occupa di intelligenza artificiale da oltre trent’anni, da quando si laureò con una tesi sull’AI, in tempi in cui la diffusione globale era di là da venire. Ed è perciò la persona giusta con cui parlare per capire di più su potenzialità e pericoli dell’intelligenza artificiale in un momento in cui si oscilla tra due polarità opposte: c’è chi ne è entusiasta e chi paventa esiti catastrofici senza un ferreo controllo.
Professore, a che punto siamo con l’evoluzione dell’AI?
«I sistemi che utilizziamo oggi si basano su tecnologie sviluppate nel corso di molti decenni. Il termine artificial intelligence fu coniato nel 1955 da John McCarthy, allora docente al Dartmouth College e successivamente professore a Stanford. Già nel 1950, però, Alan Turing – uno dei protagonisti della decifrazione dei messaggi tedeschi codificati con Enigma – aveva affrontato il tema in un celebre articolo. Il suo test mirava a stabilire se, durante una conversazione, il comportamento di una macchina potesse risultare indistinguibile da quello di un essere umano».

Le prime applicazioni pratiche quando sono arrivate?
«Negli anni Cinquanta con un programma dell’IBM per giocare a dama. L’ingegnere statunitense Arthur Samuel scelse il gioco della dama come terreno di prova per un’idea allora rivoluzionaria: insegnare a un computer a imparare dall’esperienza. Negli anni Settanta hanno iniziato a diffondersi i cosiddetti “sistemi esperti” specializzati in ambiti particolari come la medicina. Ma l’entusiasmo iniziale, che aveva portato a ingenti investimenti, non fu ripagato da risultati all’altezza delle aspettative. Il meccanismo del funzionamento di base si fonda oggi su quello delle reti neurali, modelli matematici e computazionali vagamente ispirati al cervello umano e ideati diversi decenni fa. A determinare l’accelerazione di oggi è il modo in cui queste reti sono progettate e addestrate: sono molto più grandi e complesse».
Ci può spiegare meglio?
«Negli ultimi dieci-quindici anni si è accelerato lo sviluppo del Machine Learning, un insieme di tecniche attraverso le quali una macchina apprende a svolgere un compito senza bisogno di essere programmata in modo esplicito a risolverlo. Non è nuovo ma alcuni fattori lo hanno fatto evolvere: con la digitalizzazione ha a disposizione fonti enormi di informazioni e i computer sono molto più veloci e potenti. Oggi alla base dei sistemi di AI generativa c’è il Transformer, un’architettura di rete neurale proposta da un gruppo di ricercatori di Google nel 2017. E poi ci sono gli enormi investimenti delle Big Tech in data center e infrastrutture di calcolo estesi anche quanto diversi campi da calcio. Questo crea un forte squilibrio per chi studia le reti neurali in ambito accademico: le singole università e la ricerca pubblica non dispongono di risorse paragonabili».

Quali sono opportunità e rischi reali della diffusione dell’AI? Si teme che si perderanno migliaia di posti di lavoro.
«Dare risposte certe è francamente difficile, anche perché tutto evolve con grande velocità. Certamente i benefici ci sono, ma dipende anche dai punti di vista. Aumenta la capacità di produzione e accelera compiti ripetitivi. E sì, in alcuni casi sostituisce il lavoro. Ma questo è sempre successo nella storia dell’uomo con l’introduzione di tecnologie dirompenti: pensiamo al computer. Io non sono pessimista come si sente da più parti. Alcuni lavori saranno automatizzati o spariranno. Ma ne nasceranno altri o si trasformeranno. Per essere competitivi bisognerà imparare a usare in modo corretto e consapevole questi strumenti già dall’adolescenza, ricordando che l’AI è una macchina, può sbagliare e spetta a noi guidarla. Ai miei studenti dico sempre: “Tu resti il maestro e l’AI l’apprendista”. Per questo è essenziale investire in formazione. E naturalmente questa trasformazione così veloce deve essere accompagnata da una regolamentazione giuridica efficace. L’Unione Europea ha già introdotto l’AI Act, ma sarà necessario verificarne l’efficacia rispetto alla rapidità dell’evoluzione tecnologica».
Le notizie secondo cui alcuni sistemi di IA avrebbero aggirato i limiti imposti durante i test hanno creato grande allarme.
«È un rischio da prendere sul serio, anche se parlare di “fuga” può essere fuorviante. I sistemi più avanzati possono essere organizzati in gruppi di agenti autonomi che comunicano e collaborano per svolgere compiti complessi. Un agente potrebbe sfruttare una vulnerabilità, ingannare un altro sistema o accedere a dati riservati: non perché sia necessariamente “malintenzionato”, ma perché ha interpretato male l’obiettivo, è stato manipolato o cerca di completare il compito ignorando alcuni vincoli. Per questo servono accessi limitati, controlli continui e l’autorizzazione umana per le azioni più delicate».



