Alcuni sonnecchiano pazienti da decenni, cullati dalla speranza di vedere arrivare un operatore che scommetta su di «loro». Altri si sono persi nel limbo del silenzio e del vuoto, facendo largo a erbacce irriverenti o diventando la «tana» di qualche scorribanda. Alcuni hanno riacquisito il fascino antico dell’esplorazione «lenta», altri stanno pagando pegno per la grande cementificazione passata e si stanno (letteralmente) sbriciolando su loro stessi.
Sono i (non) luoghi della «Brescia turistica» che non c’è più, spazi o infrastrutture un tempo in voga e che ora sono in cerca d’autore. Qualcuno di questi, i più coriacei ma soprattutto i siti che hanno una storia meno recente alle spalle, a riemergere dal buco nero dell’abbandono ce la sta facendo. Accettando di riadattarsi a nuove funzioni. Dalle vecchie linee ferroviarie alle ex miniere delle nostre Valli, passando per gli impianti termali e le maxi-strutture alberghiere in voga negli anni Novanta: sono questi gli anni in cui decidere cosa salvare (e come) e quali scheletri, al contrario, verranno inevitabilmente spazzati via dai segni del tempo e dalla necessità di garantire la sicurezza per chi si trova a passeggiarci accanto.




