La divisa d’ordinanza e la missione istituzionale di tutela da un lato, poi, secondo le accuse, varcata la soglia delle abitazioni private per effettuare controlli, verifiche o rilievi di servizio, dall’altro si sarebbero consumati dei furti o delle appropriazioni indebite di monili. È uno scenario inquietante e francamente incredibile quello che emerge da un’articolata inchiesta della Procura di Brescia, che vede coinvolti due carabinieri appartenenti alla Compagnia di Desenzano del Garda, finiti al centro di un’indagine con la pesante accusa di aver messo a segno una serie continua di furti ai danni di cittadini.
Le indagini
I due militari, non graduati e impiegati nel territorio gardesano, sono stati immediatamente sospesi dal servizio nell’Arma. A far crollare il muro di riservatezza e ad accendere i riflettori su quanto accadeva durante i turni di guardia sarebbero stati i loro stessi colleghi: un segnale di rigore interno e di tolleranza zero che ha portato gli investigatori a scavare a fondo nei comportamenti sospetti della coppia di militari per i quali non è stata ancora stabilita la richiesta di una misura ma che nel caso potrebbe giungere solo dopo l’interrogatorio preventivo voluto dalla riforma Nordio e che si terrà settimana prossima.
Secondo la ricostruzione dell’attività investigativa – rivelata in prima battuta da Bresciaoggi – la sequenza degli episodi risulterebbe sistematicamente identica. Secondo le indagini, sfruttando la propria posizione e il libero accesso a case private e luoghi oggetto di accertamenti o sopralluoghi giudiziari, i due militari si sarebbero appropriati di oggetti preziosi, monili e gioielli lasciati incustoditi. Sarebbero dunque almeno una ventina gli episodi contestati, distribuiti nell’arco di diversi mesi in vari Comuni dell’area di competenza della Compagnia di Desenzano.
La vendita
Un bottino consistente, sottratto a cittadini che in quel momento vedevano nei due uomini un presidio di sicurezza e legalità. Ma la refurtiva, una volta sfilata dai cassetti delle abitazioni, doveva essere trasformata rapidamente in contanti. È in questo passaggio che l’inchiesta allarga il proprio raggio d’azione: i preziosi presi di mira sarebbero stati collocati sul mercato attraverso diversi negozi specializzati nell’acquisto di oro usato.
Per eludere eventuali controlli incrociati e non attirare l’attenzione degli investigatori sui propri nomi, i due militari si sarebbero avvalsi del supporto determinante di persone a loro vicine, probabilmente mogli o compagne. Sarebbero state proprio queste a presentarsi ai banchi dei rivenditori per piazzare l’oro e incassare il denaro, facendo da ponte tra la refurtiva e la liquidità immediata.
Le perquisizioni
La svolta decisiva nell’indagine si è avuta nei giorni scorsi. Su disposizione del Pubblico Ministero Claudia Moregola, titolare del fascicolo d’inchiesta coordinato dalla Procura di Brescia, i carabinieri del nucleo investigativo hanno dato esecuzione a decreti di perquisizione personale e locale nei confronti dei due colleghi e delle loro abitazioni. Durante gli accertamenti sono stati posti sotto sequestro elementi ritenuti utili a ricostruire la tracciabilità delle compravendite e a verificare l’esatta provenienza dei preziosi.
Se il quadro d’insieme appare già grave e delineato, restano ancora diversi punti d’ombra che i magistrati intendono chiarire nelle prossime settimane. In primo luogo occorrerà stabilire con esattezza il grado di consapevolezza delle persone che si sono recate ai compro oro, ovvero se fossero a conoscenza della provenienza illecita dei gioielli o se abbiano agito su semplice indicazione.
Contestualmente, gli inquirenti stanno incrociando i registri delle attività di compro oro del Bresciano per mappare l’intera refurtiva e cercare di restituirla ai proprietari, senza escludere che il numero degli episodi contestati possa salire a seguito di ulteriori verifiche sulle denunce presentate nei mesi scorsi. Come di consueto in questa fase del procedimento penale, le responsabilità di tutte le persone coinvolte restano al vaglio dell’autorità giudiziaria nel rispetto della presunzione d’innocenza.




