Domanda fuori luogo, licenziamento corretto. «E tu cosa preferisci nel sesso?». La domanda, rivolta direttamente a una giovane collega mentre erano a bordo della motonave San Vigilio, è uno dei due episodi che sono costati il posto a un motorista della Navigazione Laghi. L’uomo, dipendente dal 1991, è stato licenziato per giusta causa e ora anche la Corte d’Appello di Brescia ha dato ragione all’azienda: quelle che lui aveva definito battute e discorsi «tra maschi» erano invece, secondo i giudici, «manifeste offese alla dignità della collega».
La vicenda
La vicenda risale all’estate 2024. Il primo episodio agli atti è del 18 luglio, durante una pausa pranzo sulla spiaggia vicino al porto di Toscolano Maderno. La collega stagionale si stava preparando per fare il bagno quando il motorista, secondo quanto ricostruito dai giudici attraverso le testimonianze, avrebbe insistito perché si spogliasse per vederla in costume. Tra le frasi contestate: «Non te lo metti il costume con il tanga?” E ancora: «Non sei brutta come lui, quindi spogliati».
La donna ha raccontato di essersi sentita a disagio e di avergli chiesto di andarsene. «Non mi sarei cambiata finché non se ne fosse andato», ha spiegato in aula. E secondo uno dei colleghi presenti, dopo l’episodio la giovane era talmente turbata che gli altri membri dell’equipaggio avevano cercato di confortarla. Quattro giorni dopo, il secondo episodio. Questa volta a bordo della San Vigilio. Il motorista stava parlando con alcuni colleghi quando si sarebbe rivolto alla giovane chiedendole direttamente: «E tu invece cosa preferisci nel sesso?».
La collega ha raccontato di essere rimasta «in difficoltà». «Ma ti sembra il caso?», gli avrebbe detto. La risposta, secondo la testimonianza, sarebbe stata: «Dai non te la prendere, sono discorsi che facciamo tra maschi». Ma per i giudici non era affatto una semplice conversazione tra uomini ascoltata casualmente dalla collega: «la domanda era rivolta proprio a me», ha spiegato la lavoratrice.
I giudici
La Corte d’Appello, nella sentenza anticipata dal Corriere della Sera, considera invece non provato un terzo episodio contestato, sempre del 22 luglio, perché non ha trovato conferme negli altri testimoni. Restano però i due episodi ritenuti accertati, sufficienti a confermare il licenziamento. Per i giudici – viene spiegato nelle 24 pagine di sentenza – non conta soltanto il contenuto delle frasi, ma anche il contesto: la vittima era appena arrivata, non aveva particolare confidenza con il collega e le frasi erano state pronunciate davanti ad altri lavoratori. Le richieste di spogliarsi, scrivono i giudici, hanno costituito «manifeste offese alla dignità della collega» e provocato «forte disagio e imbarazzo», fino a «turbare la serenità dell’ambiente di lavoro».
A pesare sulla decisione c’è anche il comportamento successivo contestato al lavoratore. Alcuni colleghi hanno riferito di essere stati contattati, anche via WhatsApp, con toni ritenuti minacciosi, per essere intimoriti sulle possibili conseguenze delle dichiarazioni che avrebbero reso nel procedimento disciplinare.
La Corte ha inoltre considerato alcuni precedenti disciplinari: una retrocessione nel 2014, una sospensione di cinque giorni nel 2019 per «alterchi con vie di fatto» e una riduzione dello stipendio nel 2023 per «ingiurie verso il superiore». Non erano episodi di natura sessuale, ma secondo i giudici contribuiscono a delineare una «propensione» alla violazione delle regole di rispetto verso colleghi e superiori. Il risultato è il licenziamento confermato in tutti i gradi di giudizio. Per la Corte d’Appello il comportamento dell’uomo ha provocato una «lesione irreparabile del vincolo fiduciario» e integra quindi la «giusta causa» di licenziamento.




