L’Italia digitale vive oggi un paradosso infrastrutturale che rischia di frenare la modernizzazione del Paese: abbiamo le autostrade informatiche, ma poche auto che le percorrono. Se da un lato gli investimenti pubblici e privati hanno accelerato la posa della fibra ottica fino alle abitazioni (tecnologia Ftth, Fiber To The Home), dall’altro ci scontriamo con un dato critico: il basso livello di adozione, tecnicamente definito «take-up».
La tecnologia
Secondo una recente analisi dell’Università Luiss di Roma, solo il 25% circa delle linee attive in Italia sfrutta la tecnologia Ftth. Questo significa che, nonostante la copertura sia ormai capillare, tre utenti su quattro restano ancorati a vecchie connessioni in rame o sistemi ibridi. Il vero collo di bottiglia non è più il territorio, ma il cosiddetto «ultimo miglio»: quel segmento finale che collega i terminali pubblici all'interno di case, uffici e aziende. È qui che la transizione digitale si arena. La resistenza è spesso culturale o legata a una percezione distorta della complessità tecnica.
Il passaggio
Molti utenti esitano ad affrontare il passaggio fisico alla fibra, temendo interventi invasivi o non percependo il reale valore aggiunto di una connessione ultraveloce rispetto alla stabilità – seppur limitata – del vecchio doppino telefonico. Tuttavia, questo immobilismo svuota di senso gli sforzi monumentali compiuti dagli Enti pubblici per l’adeguamento digitale. Senza un’adesione di massa, la rete Ftth rimane una potenzialità inespressa, un’opera d’arte tecnologica ammirata, ma non utilizzata.
La sfida
Per colmare il divario non basta più solo scavare e posare cavi. La nuova sfida è tutta nel convincere il mercato che la fibra non è un lusso, ma un requisito essenziale per la competitività economica e l'inclusione sociale. Solo trasformando la copertura in connessioni effettive l'Italia potrà dire di aver davvero abbattuto il proprio digital divide.



