Alberi che sembrano sani e dentro sono vuoti. Filari arrivati a fine vita. Temporali capaci di abbattere anche esemplari «senza patologie». Graziano Lazzaroni, responsabile del Verde del Comune, parte da qui per spiegare perché la gestione delle piante in città sia diventata una delle operazioni più delicate dell’adattamento climatico.
Perché in Castello bisogna sostituire tutti quegli alberi?
Ormai sono veramente decrepiti. Nel 2024 ne abbiamo abbattuti sette, nel 2025 dodici, sempre dopo le valutazioni di stabilità. Alcune piante sono inclinate, altre hanno subito danni negli anni anche per il passaggio e la sosta dei veicoli.
Ne verranno tolte circa 95 e piantate 125. Perché non ancora robinie?
Abbiamo scelto la sofora japonica, concordandola anche con la Soprintendenza. È una specie che resiste meglio alla siccità e ha un fogliame che ricorda quello della robinia. Anche il fogliame fa paesaggio. Non basta dire: mettiamo un albero. Bisogna capire quale specie potrà vivere lì nei prossimi decenni.

Il cambiamento climatico quanto sta complicando il vostro lavoro?
Molto. Possiamo monitorare le piante, intervenire su quelle che hanno problemi e abbassare il rischio il più possibile. Ma quando arrivano fenomeni con raffiche da 120 o 130 chilometri orari possono cadere anche alberi sani. Con i downburst arrivano violentissime correnti discensionali che toccano il suolo e poi si muovono orizzontalmente. Le nostre piante non sono cresciute con queste condizioni.
Come decidete allora quali alberi controllare più spesso?
Con il nuovo Regolamento del Verde abbiamo introdotto un sistema oggettivo. Consideriamo salute ed età della pianta, ma anche dove si trova: una strada molto percorsa, una fermata dell’autobus, l’ingresso di una scuola. In base al rischio aumentiamo la frequenza dei controlli e, quando serve, facciamo analisi strumentali.

Può capitare di abbattere un albero che appare sano?
Certo. La settimana scorsa, con un’allerta arancione in arrivo, siamo intervenuti su una pianta che esternamente era completamente verde. Avevamo avuto qualche sospetto, abbiamo fatto le indagini strumentali e dentro aveva una cavità enorme.
Perché gli abbattimenti provocano tante proteste?
Perché tendiamo ad avere verso gli alberi la stessa mentalità conservativa che abbiamo verso i monumenti: non bisogna toccarli. Ma gli alberi sono esseri vivi. Nascono, crescono, si stabilizzano, invecchiano e arrivano alla senescenza. Se devono vivere dentro una città dobbiamo accettare anche questo ciclo.
Quali sono gli altri osservati speciali?
In Castello anche gli olmi che salgono da San Faustino sono molto monitorati. Poi ci sono i tigli di via Falcone e Borsellino e di via dei Mille, tra le alberature più antiche di Brescia: sono stati messi a dimora tra il 1910 e il 1920. Oggi hanno ancora referti abbastanza buoni, ma credo che nei prossimi vent’anni dovremo iniziare a porci il problem.
La sfida, quindi, è riuscire a scegliere oggi gli alberi della Brescia futura?
Esatto. Le specie che abbiamo adesso sono state scelte anche 150 anni fa. Quelle che piantiamo oggi dobbiamo pensarle nella logica del cambiamento climatico: specie più resistenti alla siccità, magari più contenute e capaci di sopportare meglio anche il vento.




