Disturbo borderline: guarire si può, Brescia fa scuola in Lombardia

Ipersensibilità agli stimoli emotivi, senso di abbandono avvertito spesso e in maniera pesante, sbalzi importanti d’umore e iperreattività. Il tutto con conseguenze su ogni aspetto della vita: poca costanza a scuola, nel lavoro, instabilità nella rappresentazione di sé e nei rapporti con gli altri. È il disturbo borderline di personalità (Bpd) purtroppo poco conosciuto, ma molto diffuso, anche in associazione all’abuso di sostanze, a disturbi alimentari e a comportamenti autolesionistici: colpisce dall’1 al 3% della popolazione generale – nel bresciano si stima colpisca fino a 37mila persone –; percentuale che può salire a quota 20-25% tra i pazienti in carico ai servizi psichiatrici.
Il sommerso
All’Irccs Fatebenefratelli di Brescia viene curato dai primi anni Duemila. Nell’ambito del programma «ImpleMental», con la regia del professor Giovanni De Girolamo, dirigente dell’Unità operativa di Psichiatria Epidemiologica e Valutativa, gli esperti dell’Istituto di via Pilastroni hanno tenuto un corso di formazione, in collaborazione con la Regione, rivolto ai Dipartimenti di Salute mentale di 23 Asst lombarde. Tra Milano, Brescia e Lecco vi hanno partecipato per complessive 156 ore all’incirca 300 professionisti.
Obiettivo: fornire loro strumenti utili a intercettare e affrontare il disturbo. Con la consapevolezza che – come evidenzia Roberta Rossi, psicologa e psicoterapeuta responsabile dell’Unità di ricerca di Psichiatria dell’Irccs di Brescia che ha tenuto le lezioni – sia fondamentale «fare prevenzione con il dialogo, l’informazione e la cura dell’ambiente invalidante. Ed eseguire interventi precoci, coinvolgendo anche la famiglia e la scuola. Perché, purtroppo, c’è ancora tanto sommerso».
Disturbi alimentari
L’esordio avviene in età adolescenziale, tra i 14 e i 16 anni, in molti casi legato ai disturbi della nutrizione e dell’alimentazione come l’anoressia e la bulimia. «Quando abbiamo iniziato a occuparci di questo disturbo – entrato nel Manuale delle Malattie mentali negli anni Sessanta grazie ai grandi psichiatri americani alle prese con pazienti che avevano messo in crisi il modello di cura – l’età media era 42 anni. Ora – spiega –, grazie anche al lavoro che portiamo avanti con le scuole superiori, è anticipata a 21».

Campanelli d’allarme
I pazienti seguiti dal Fatebenefratelli – perlopiù con attività ambulatoriale e gruppi per i familiari – sono una quarantina e hanno dai 16 ai 25 anni: «Questa è la fascia d’età in cui è bene intervenire. Una fase di passaggio in cui è facile scambiare i sintomi del disturbo con l’instabilità tipica degli adolescenti. A far scattare il campanello d’allarme – spiega Rossi – deve essere la pervasività di questi comportamenti in ogni ambito della vita. Quando sorgono dubbi, è quindi importante interfacciarsi con figure come gli insegnanti e l’allenatore per capire se la sofferenza, l’apatia e gli sbalzi d’umore notati in casa hanno pervaso anche altri contesti».
I ricoveri
I ricoveri possono essere utili in alcuni casi, ma la terapia viene fatta perlopiù in ambulatorio: come spiega la dottoressa Rossi «si tratta di psicoterapia, terapia d’elezione per questo disturbo. Vengono utilizzati modelli ad hoc di comprovata efficacia. Farmaci dedicati al Bpd, invece, non esistono: con le medicine si curano i sintomi; vengono prescritte al 90 per cento dei pazienti. Di fondamentale importanza, poi, è – sottolinea – lavorare sul contesto in cui la persona vive».
Ambiente invalidante
La dottoressa Rossi si riferisce agli elementi che rendono l’ambiente invalidante, ossia incapace di comprendere e affrontare il problema: «Di fronte a un ragazzo disperato per un rifiuto o un brutto voto chiedere semplicemente "cosa è successo?" non lo aiuta: per sostenerlo bisogna capire il senso che ciò che è accaduto ha per lui, come lui ha letto quel fatto».
All’origine del disturbo – ricordiamo – ci sono più fattori: «C’è una base genetica, ma influiscono anche l’ambiente e le esperienze di vita». La pandemia ha inciso sulla diffusione della malattia? «No – chiarisce la psicologa –. Ha, però, normalizzato il fatto di chiedere aiuto. Questo riguarda, in generale, tutti i problemi di salute mentale: è venuto meno il tabù di recarsi dallo psicologo». Dal disturbo borderline si può guarire? «Sì, ci vuole tempo e impegno. Ma nell’80% dei casi si raggiunge la remissione completa dei sintomi».
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