Il cappellano di Canton Mombello: «In carcere c’è un’umanità viva»

Don Stefano, l’articolo 27 della Costituzione recita: «Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato». Domanda retorica: è così a Canton Mombello?
Rispondo alla provocazione: può essere così in un carcere affollato al 210% e considerato (per questioni strutturali ma non solo) tra i peggiori d’Italia? È oggettivamente impossibile.
Come descriverebbe Canton Mombello?
Un carcere internazionale, se guardiamo alle nazionalità dei detenuti, nel quale le persone vivono in condizioni inimmaginabili, come detto per l’incredibile affollamento; tutto questo a fronte di una cronica insufficienza di organico.
Non dev’essere facile, per usare un eufemismo, lavorare in queste condizioni.
Esatto, chi opera all’interno del carcere, ogni giorno, fa miracoli. Faccio un esempio, è come se in un pronto soccorso nel quale si presentano continuamente decine e decine di persone ci fosse un solo medico. Cosa potrebbe fare?
Lei e i volontari della Caritas con che frequenza entrate?
Io vado tutti i giorni, da quando il vescovo mi ha chiesto di prendere il posto di don Adriano Santus come cappellano mi dedico totalmente a questo impegno.
Il vescovo ha deciso che una delle opere segno del Giubileo sarà dedicata proprio ai carcerati.
Monsignor Tremolada tiene moltissimo a «Via dei Bucaneve 25», questo il nome dell’iniziativa; abbiamo pensato al bucaneve per la sua capacità di riuscire in qualcosa di apparentemente impossibile, appunto un fiore delicatissimo che si fa strada attraverso il manto nevoso. Il 25 fa invece riferimento a questo anno giubilare.
A che punto siete?
L’idea di fondo è aiutare i carcerati quando escono, quando hanno chiuso con la pena e sono quindi persone libere. Ma per la maggior parte di loro i problemi non sono certo finiti, anzi.
Facile immaginare che fuori non abbiano nulla.
È proprio così, non hanno una casa, non hanno un lavoro, ed essendo in larga parte non italiani non hanno una rete familiare che li sostenga.

Voi come intendete agire?
Appunto cercando di offrire loro una casa e un lavoro, siamo consapevoli che non sia certo cosa facile. Già da tempo, anche con i volontari del Vol.Ca. tentiamo questi percorsi.
Qual è allora la novità?
La novità è che, in accordo appunto con il vescovo, abbiamo deciso di individuare una figura professionale (e stipendiata) che si occupi di coordinare i vari attori in campo. Serve molto lavoro anche sul fronte dei documenti, queste persone spesso non hanno neppure il permesso di soggiorno. Da monsignor Tremolada è arrivato anche un appello alle parrocchie perché offrano possibili alloggi. Vorrei aggiungere una riflessione, proprio partendo dalle parrocchie.
Ci dica.
Senza l’impegno dei volontari, non soltanto i nostri ovviamente, e della rete esterna che ci sostiene (Caritas e parrocchie appunto), i detenuti sarebbero totalmente abbandonati: lo Stato è assente, dà un letto e cibo e stop.
Voi vi occupate quindi anche delle necessità primarie, se così possiamo dire, dei detenuti?
Certamente, faccio un esempio: senza di noi non avrebbero neppure i vestiti. Un altro esempio, spesso paghiamo le ricariche telefoniche perché altrimenti non potrebbero chiamare neppure il loro avvocato.
E se non ci foste voi?
Le persone sarebbe totalmente abbandonate al loro destino. E aggiungo ancora una volta: chi lavora all’interno già ora fa l’impossibile, più di questo è impensabile.
Si parla da decenni del nuovo carcere, ma anche ipotizzando che arrivi, cosa si può fare nel frattempo?
Personalmente non vedo nessun segnale concreto, detto questo dobbiamo partire da un dato di fatto: dentro questo carcere è impossibile lavorare ed è impossibile pensare che delle persone ci possano vivere. A Brescia poi viviamo un paradosso.
Quale?
Il carcere di Verziano è tra i migliori d’Italia. Quindi strade percorribili ci sono, certo non si deve intervenire con progetti che peggiorino la situazione.
A Canton Mombello si può migliorare in qualcosa?
Assolutamente no. Le dirò di più, la situazione è talmente tragica che non si può nemmeno peggiorare.
Lei è uomo di fede, non vede spiragli di speranza?
Certo che li vedo, li vedo nelle persone. In qualsiasi persona che incontro a Canton Mobello, sia che ci sia entrata per lavoro, per volontariato o come detenuto.
Lei come si sente quando entra?
Sembrerà incredibile, ma io mi sento a casa, sento come se attorno a me ci fosse una famiglia. Percepisco una viva umanità che, nonostante tutto, non si arrende. E aggiungo: c’è chi compie cammini di fede, questo mi stupisce.
La fede per non cadere nell’abisso dello sconforto.
La fede è fondamentale, aiuta le persone a ripartire.
Come viene visto, lei prete cattolico, da chi ha altre fedi?
Nei miei confronti percepisco rispetto e stima, all’interno ci sono tutte le religioni, ma io non ha mai percepito che questo fosse di ostacolo. Noi facciamo carità, la carità è come la musica: arriva a tutti e avvicina.
C’è qualcosa di cui è particolarmente orgoglioso?
La messa veniva animata, anche nella parte musicale, da un gruppo di volontari. Un giorno alcuni detenuti mi hanno detto che gli sarebbe piaciuto suonare e cantare durante le celebrazioni. Si sono appassionati e hanno anche scritto i testi delle canzoni: in nessuna parrocchia è mai accaduta una cosa simile.
Lei è molto appassionato, ma sicuramente avrà dei momenti di sconforto, oltre alla sua fede, dove trova la forza?
Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, in un suo discorso dedicato al carcere, ha detto che l’aria che i detenuti respirano dentro dev’essere migliore di quella che hanno respirato fuori. A Canton Mombello non è così, ma noi ci impegniamo perché un giorno possa essere così.
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