Caffaro, mercurio fuori norma: assolti anche in appello

Per i giudici di secondo grado il «fatto non sussiste». Condanna a quattro mesi per deposito incontrollato di rifiuti per l’ex commissario straordinario Cappelletto
Uno scorcio dello stabilimento Caffaro di via Nullo
Uno scorcio dello stabilimento Caffaro di via Nullo
AA

Il fatto non sussiste. Anche per la Corte d’appello. Così come per il gup Andrea Guerrerio, l’inquinamento da mercurio alla Caffaro non può essere attribuito né a Marco Cappelletto, né ad Alfiero Marinelli né a Roberto Moreni. Né a titolo doloso, ipotesi contestata ai primi due, né colposo, accusa mossa al terzo. La decisione è del primo pomeriggio. I giudici l’hanno presa accogliendo la richiesta di assoluzione pronunciata a loro favore dal sostituto procuratore generale Cristina Bertotti.

Il collegio, presieduto da Francesco Nappo, ha fatto sua, ma non nella misura suggerita dalla procura generale, anche la richiesta di condanna del solo Cappelletto (che all’epoca dell’inchiesta era il commissario straordinario di Caffaro Snia) per deposito incontrollato di rifiuti. Il sostituto pg aveva chiesto per lui otto mesi, con riferimento a due distinti episodi. La Corte ha preso atto della prescrizione di uno e condannato il manager a quattro mesi.

L’accusa

Secondo l’accusa originaria, avviata nel 2019 dal procuratore aggiunto Silvio Bonfigli e dal sostituto Donato Greco, Cappelletto, nel ruolo di commissario straordinario di Caffaro Srl e Caffaro Chimica allora in amministrazione straordinaria, e Marinelli, direttore dello stabilimento cittadino con deleghe alla manutenzione e al rispetto della normativa ambientale, avevano causato un deterioramento «significativo e misurabile di ampie porzioni di suolo e sottosuolo» nell’area cloro-soda del sito di via Nullo. Zone risultate contaminate da mercurio con concentrazioni ben oltre i limiti consentiti.

Secondo l’impostazione accusatoria a provocare l’aggravamento della situazione sono stati il mantenimento in stato di deposito incontrollato e il mancato smaltimento, nello stesso reparto, di una vasca di raccolta delle acque di processo, delle tubazioni dell’impianto e di alcune cisternette, tutte contaminate da mercurio. A questi si aggiungevano sedimenti di piombo, diossine, ferro e ulteriori tracce di mercurio presenti nelle trappole collocate sul pavimento ormai corroso del reparto.

La difesa

I difensori degli imputati, gli avvocati Carla Gheruzzi e Stefano Lojacono per Moreni, Ennio Buffoli e Daniele Grasso per Cappelletto, Matteo Garbisi e Federica Bertocco per Marinelli, hanno sempre sostenuto che non sia mai stata raggiunta la prova dell’estensione dell’inquinamento e nemmeno che il suo eventuale aggravamento sia da imputare ai loro assistiti. La situazione ambientale – hanno sottolineato sin dal primo grado, forti delle consulenze tecniche – è quella che hanno ereditato dalle precedenti gestioni.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

Iscriviti al canale WhatsApp del GdB e resta aggiornato

Icona Newsletter

@News in 5 minuti

A sera il riassunto della giornata: i fatti principali, le novità per restare aggiornati.

Suggeriti per te

Caricamento...
Caricamento...
Caricamento...