Caffaro, Ettore Brunelli: «Nel 2001 i sospetti c’erano, da tempo»

Ieri, varcando i cancelli della Caffaro («mi ha invitato la sindaca Castelletti: mi ha fatto davvero piacere» ha dichiarato) non può non aver provato emozioni contrastanti. Perché se dimentichiamo per un attimo la sua lunga militanza sul fronte della tutela ambientale, Ettore Brunelli era assessore all’Ambiente di Palazzo Loggia quando il bubbone Caffaro esplose.
Parliamo dell’agosto di 25 anni fa: è passata una vita, eppure su questa vicenda dai contorni drammatici la luce in fondo al tunnel si comincia a vedere solamente adesso.
Ettore Brunelli, cosa ricorda di quell’agosto 2001?
«Ero in vacanza, all’isola d’Elba per la precisione, quando ricevetti una telefonata da Brescia. Era uscito, sulle pagine di Repubblica, un reportage sull’inquinamento del sito Caffaro. Una situazione definita allarmante, che preoccupò moltissimo l’allora vicesindaco Giuseppe Onofri, che era in città quando la vicenda venne fuori».
Per lei fu un fulmine a ciel sereno?
«Per rispondere bisogna inquadrare il contesto: dopo la Legge suoli del 1999, era chiesto alle aziende potenzialmente inquinanti di fare la caratterizzazione dei propri siti. E così iniziò un lavoro che terminò proprio nel 2001: l’azienda lo consegnò proprio in estate. Il sindaco (Paolo Corsini, ndr) era in vacanza, io stavo partendo quindi mi dissi: leggerò i documenti dopo le ferie».
Invece cosa successe?
«Alcuni ambientalisti, tra cui Marino Ruzzenenti, chiesero di visionare il materiale. Come Amministrazione eravamo, per così dire, una casa di vetro, perché non nascondevamo nulla e non negavamo certo la possibilità di visionare i documenti. Così tutto ebbe inizio».
Però alcune avvisaglie c’erano già state: non si può certo dire che non ci fossero sospetti sull’inquinamento dell’area...
«Direi piuttosto certezze, anche perché parliamo di un sito industriale attivo da inizio ’900. Comunque, poco tempo prima scoppiasse il caso, Maurizio Margaroli, allora presidente di Circoscrizione, notò che nella scuola Dusi, dopo una pioggia abbondante, si erano formate delle pozzanghere gialle. Le analisi rivelarono la presenza di mercurio».
Torniamo alla Caffaro: inizialmente la Loggia sembrò ridimensionare la gravità della situazione. Un titolo del nostro Giornale riportava la dichiarazione "Non è una bomba ecologica". Il Comune sottovalutò il problema?
«Onofri si spaventò e reagì di conseguenza. Ma il Comune si attivò subito per andare in fondo alla questione. Si mossero Arpa, Asl, la magistratura. Si iniziò un lungo lavoro di analisi e campionamenti: vennero fuori anche le alte concentrazioni di Pcb e diossine».
Il suo primo atto come assessore all’Ambiente?
«Chiesi al vicesindaco di stanziare un miliardo di lire per sostenere l’azione di Arpa, che fece anche nuove assunzioni per la gran mole di campionamenti da fare. Scavarono 15 trincee profonde fino a un metro e mezzo, per analizzare i vari strati. Un lavoro costosissimo, specie per le diossine».
L’azienda come reagì?
«Fece ricorso – perdendolo – quando, nel 2003, imponemmo di costruire la barriera idraulica, che è ancora quella operativa. Noi abbiamo fatto di tutto per ampliare il raggio d’azione delle indagini ambientali, cercando di recuperare quanti più dati possibile».
Che impatto ha avuto la Caffaro sulla salute pubblica?
«A livello epidemiologico i vari studi non hanno portato a statistiche rilevanti rispetto, ad esempio, a determinate forme tumorali. Non posso escludere ci siano state malattie connesse, ma la letteratura scientifica non ha riscontrato numeri sufficienti a definire una correlazione sistematica. Semmai c’è stato un impatto forte sulla catena alimentare, a causa della contaminazione dell’acqua e della falda».

Parla, per così dire, degli ortaggi al Pcb?
«La Caffaro rilasciava grandi quantità d’acqua, che era disponibile 365 giorni all’anno. Così gli agricoltori la usavano copiosamente per irrigare i campi. Da qui l’alta concentrazione di Pcb e altri composti nel sangue dei residenti, che si nutrivano di quanto prodotto in quell’area».
Ha qualche rimpianto rispetto all’iter della bonifica?
«Mi pesano i mancati interventi sulle aree private. Oltre vent’anni fa avevo richiesto analisi sulle zone di via Chiesanuova e via Divisione Acqui, ma dal 2007, col cambio di Giunta, il processo si arenò. Come Consulta per l’ambiente (Brunelli è coordinatore, ndr) chiediamo da tempo che si faccia analisi di rischio perché quei terreni sono considerati potenzialmente inquinati, e non inquinati a tutti gli effetti, ma sulla base di dati oramai vecchi. Sarebbe giusto capire se sia necessario intervenire con una bonifica, trovando il modo di aggirare l’ostacolo maggiore, ovvero i costi dell’intervento».

Cosa prova all’idea che il cantiere alla Caffaro sia finalmente iniziato, dopo 25 anni di speranze e attesa?
«Soddisfazione, perché è un passaggio essenziale per il sito. Ma sono anche deluso per tutte quelle cose che erano in programma ma che sono rimaste solo sulla carta».
Il caso Caffaro, secondo lei, ha insegnato qualcosa?
«Direi proprio di no: il mondo, così come la politica vanno verso la deregulation, e sacrificano la tutela ambientale sull’altare della competitività. Basta guardare il caso Finchimica, accaduto anni dopo la Caffaro. Nessuno capisce che il Greeen deal unisce profitto e sostenibilità. Riparare i costi ambientali, ammesso sia possibile, è sempre molto caro.
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