Cronaca

Brescia, 293 siti da bonificare: seconda in Lombardia

Il rapporto regionale sulle bonifiche fotografa la situazione ambientale: sono zone inquinate o «potenzialmente contaminate»
Tecnici Arpa durante alcuni controlli sul territorio © www.giornaledibrescia.it
Tecnici Arpa durante alcuni controlli sul territorio © www.giornaledibrescia.it

Ci sono 2.600 zone grigie sulla mappa della Lombardia. Non sono nomi, non ancora. Sono coordinate, fascicoli, sigle. Terreni, falde, sottosuoli: luoghi che forse sono contaminati, forse no. In attesa di un verdetto, spesso da anni.

Brescia è seconda in Lombardia per numero di aree sotto indagine: 192 siti potenzialmente contaminati, 101 già riconosciuti inquinati, 205 bonificati. Una classifica che racconta, più di tante parole, il peso di una storia industriale che ha lasciato segni profondi e spesso invisibili.

I numeri

Il rapporto triennale del Programma regionale bonifiche (Prb 2022-2024) descrive la cartina parallela della Lombardia e certifica una realtà doppia. Da una parte, i progressi: 355 interventi conclusi in tre anni, 89 procedimenti chiusi per non contaminazione, oltre 55 milioni di euro stanziati, a cui si aggiungono altri 65 milioni – tra Pnrr e fondi regionali – per i cosiddetti siti orfani, quelli senza un responsabile a cui chiedere conto.

Dall’altra, i numeri che sembrano immobili: 1.109 siti contaminati, 1.515 potenzialmente contaminati. Il totale fa 2.624 procedimenti ancora aperti, quasi la metà del censito regionale, che oggi conta 6.449 siti complessivi. Perché, a fronte di bonifiche costanti, queste cifre non calano mai in modo dirompente? Per una ragione che è anche una buona notizia: sono aumentati i controlli, specie quelli coordinati dall’Azienda regionale per la protezione dell’ambiente, guidata in Lombardia da Fabio Cambielli.

«Potenzialmente contaminato»

Le categorie di questo censimento ambientale sono quattro: bonificato, non contaminato, inquinato. E potenzialmente contaminato. Cioè? La frase sembra neutra: non lo è. È un’etichetta che congela un terreno, un cantiere, un futuro. Tutto comincia con una segnalazione: arriva da un Comune, da un ente, da un’anomalia. Può trattarsi tanto di uno sversamento quanto di un semplice cambio di destinazione d’uso di uno spazio. A questo punto, però, si mette in moto un controllo e se uno dei parametri supera la soglia di contaminazione prevista dal Codice dell’Ambiente, il sito finisce nel registro dei sorvegliati. Da lì inizia la partita: la caratterizzazione.

Analisi, trivelle, prelievi, laboratori. Arpa osserva, misura, relaziona. Ma a decidere sarà l’analisi del rischio sito-specifica, una relazione che incrocia contaminanti, geologia, uso del suolo e possibilità di esposizione. Solo lì si saprà: è malato, oppure no. Va curato, oppure si può lasciar andare. Nel frattempo però, in attesa che questa filiera arrivi a un verdetto, quel «potenzialmente contaminato» significa bloccato, tutto fermo: il terreno non si può usare, l’area non si può riqualificare. E spesso – quando si arriva alla bonifica – la strada è in salita. Il responsabile è sparito, fallito, o non c’è mai stato. Tocca ai Comuni. O, ormai sempre più spesso (specie per i piccoli enti, costantemente in affanno economico), alla Regione.

In provincia

Posizionando il cannocchiale su casa nostra, come è messa Brescia? Lo descrivono i numeri: 293 aree sotto esame, suddivise a loro volta in due categorie. Non è solo un numero, è una cartografia silenziosa, una sorta di provincia parallela.

Ci sono aree grandi e note (alcuni esempi passati e presenti: la Selca di Berzo Demo, la Sisva di Calvisano, le Ferriere di Nave) e piccole porzioni di territorio urbano: un’ex pompa di benzina, un’aiuola, un ex parcheggio. Sotto ci sono metalli pesanti. Nelle falde, idrocarburi, solventi clorurati, cromo esavalente. A volte bastano cinque centimetri di terra per raccontare trent’anni di storia. Basti pensare all’ex cava Montini a Berlingo, bonificata con il portafoglio della Regione. Perché il privato è sparito, o perché i Comuni più piccoli non hanno personale tecnico per gestire l’iter. In questi casi (per nulla eccezionali) serve una legge che, infatti, c’è: è la l.r. 3/2023, che ha semplificato le procedure e aperto a nuovi fondi. Ma il peso resta. Per ogni sito «archiviato» ce ne sono due che restano (o che si aggiungono) «da esaminare» o da inserire nell’elenco rosso degli spazi avvelenati. Alcuni da dieci, quindici, vent’anni. Complesso, costoso, pericoloso.

E intanto?

Intanto si continua a scavare (letteralmente). L’obiettivo: viaggiare a un ritmo di 90 bonifiche certificate all’anno. Perché ogni sito bonificato è un pezzo di territorio restituito, una porzione di città che può cambiare faccia. Parco, impianto sportivo, nuova area produttiva. Ogni sito fermo, invece, è un potenziale rischio. O almeno, un’opportunità mancata.

«Stiamo sbloccando opere attese da anni – ha ricordato l’assessore regionale all’Ambiente e Clima Giorgio Maione –. In trent’anni in Lombardia sono stati bonificati oltre 3.700 siti. Ora aiutiamo anche i Comuni più piccoli, quelli senza tecnici per gestire iter così complessi». La cartografia del rischio cambia lentamente: servono tempo, soldi e volontà politica. E sotto la pelle della Lombardia, qualcosa continua a muoversi.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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