Cronaca

Gps e tonnellate di cocaina sul gommone, che ruolo aveva il bresciano

La Finanza in un blitz ha intercettato a Lisbona panetti di droga che erano stati affidati ad un 40enne che abita a Desenzano. Un carico da 78 milioni di euro
Andrea Cittadini

Andrea Cittadini

Vicecaporedattore

Il carico di droga sequestrato
Il carico di droga sequestrato

La scena è quella dei film sul narcotraffico. In pieno Oceano Atlantico, lontano dalle rotte commerciali, un carico di cocaina partito dal Sudamerica viene affidato al mare. Siamo a metà giugno. I panetti, protetti da involucri impermeabili e agganciati a sistemi di localizzazione, vengono lasciati in una zona prestabilita. Poi entrano in azione gli scafisti: raggiungono il punto indicato dal Gps, recuperano la droga e la caricano su un gommone oceanico «go-fast», costruito per correre e sfuggire ai controlli. Obiettivo che questa volta non è stato centrato.

Il blitz

Perché nella notte tra venerdì e sabato, il viaggio destinato all’Italia, alla Lombardia e a Brescia, si è fermato al largo di Lisbona. La Policia Maritima portoghese ha intercettato il gommone – dopo un lungo monitoraggio aereo della Guardia di Finanza di Brescia che, coordinata dal pm antimafia Claudia Passalacqua, per settimane ha tenuto d’occhio il gommone ripreso, proprio come in film, da telecamere aeree.

A bordo, al momento del fermo avvenuto a 50 miglia dalla costa portoghese, di notte e prima che lo stupefacente venisse spiaggiato, diviso e caricato altrove, c’erano oltre 2 tonnellate e mezzo di cocaina con una purezza tra il 90 e il 95%. Droga vera, partita dalla Colombia, e soldi veri: si tratta di un carico da 78 milioni di euro che, taglio dopo taglio, avrebbe potuto generare un guadagno finale su strada da mezzo miliardo di euro. In manette sono finiti i quattro che viaggiavano sul gommone: due cittadini spagnoli, un uomo di Gibilterra – lo Stretto resta un passaggio caldo per il narcotraffico – e un cittadino albanese residente a Mantova e domiciliato a Desenzano del Garda.

L'operazione nell'Atlantico
L'operazione nell'Atlantico

I legami con Brescia

Quest’ultimo, 40 anni, è considerato dagli inquirenti «l’uomo di garanzia del carico» la persona cioè che dall’arrivo della cocaina dal Sudamerica avrebbe dovuto seguire l’intero viaggio: via oceano fino al Portogallo – una volta raccolto dalle acque dell’Atlantico – e poi via gomma fino alla provincia di Brescia. Era sconosciuto ai radar della giustizia bresciana fino a quando il suo nome è entrato in intercettazioni telefoniche nell’ambito di un’altra inchiesta antidroga sul territorio. E proprio seguendo i contatti locali del quarantenne albanese residente sulla sponda bresciana del Garda e assente da casa da fine maggio, la Finanza è arrivata ad intercettare le due tonnellate e mezzo di coca che stavano in mare da più di un mese, scaricate da una nave commerciale che al momento non è stata individuata.

L’indagine

È stato un viaggio lungo, complesso dal punto di vista logistico e rischioso per i quattro a bordo del gommone che rappresentano il punto di incontro tra chi vende la cocaina e chi la compra. I panetti di stupefacente avevano loghi diversi, che stanno ad indicare le differenti destinazioni finali e anche il produttore. Come i codici postali in una città, così i narcotrafficanti utilizzano i simboli – o le scritte – per mappare la geografia della droga. Che ancora una volta conferma la centralità della provincia bresciana, snodo logistico e mercato ad alta capacità di assorbimento.

Il maxi sequestro è solo il primo passo dell’inchiesta della Procura distrettuale antimafia di Brescia e proprio in queste ore investigatori della Finanza sono arrivati a Lisbona per fare il punto della situazione con i colleghi lusitani. Nel frattempo il 40enne albanese partito da Desenzano per garantire la buona riuscita del trasferimento del carico di cocaina dovrà essere interrogato e poi estradato in Italia. «Difficile che parli in questa fase» ipotizza chi indaga. E che ora vuole provare a ricostruire la rete di legami tra il Sudamerica e Brescia.

Il marchio Condor

Il carico sequestrato dalla Finanza in Atlantico
Il carico sequestrato dalla Finanza in Atlantico

«Condor» è la scritta impressa su alcuni panetti del maxi carico di cocaina sequestrato nell’Oceano Atlantico. Nel traffico internazionale di droga, simboli e parole stampati sugli involucri funzionano spesso come veri marchi commerciali. Servono a distinguere una partita dalle altre e a renderla riconoscibile lungo la catena della distribuzione. Il logo può indicare il produttore, il gruppo criminale coinvolto oppure uno specifico intermediario. In alcuni casi identifica anche una determinata qualità o un livello di purezza promesso agli acquirenti. Il marchio diventa così una sorta di garanzia nel mercato clandestino all’ingrosso.

Sui panetti sequestrati in diverse operazioni sono comparsi loghi di grandi marchi tecnologici e televisivi.Non sono mancati simboli legati al mondo delle automobili, dello sport o della moda. Molto frequenti sono anche animali come cavalli, anatre, scorpioni e rapaci. La parola «Condor» richiama proprio un grande uccello delle Ande, area centrale nella produzione mondiale di cocaina. «Dietro la scritta “Condor” – racconta chi è al lavoro sul caso – si nasconde la firma silenziosa di una complessa rete internazionale»

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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