Barriere architettoniche: il 60% dei Comuni senza piano per eliminarle

In giorni in cui i Giochi paralimpici di Milano-Cortina 2026 stanno danno risalto al tema della disabilità a livello mondiale, vale la pena interrogarsi sul fatto che l’inclusione e l’accessibilità restino invece problemi vissuti nel quotidiano da molti nostri concittadini con disabilità fisiche, psichiche e sensoriali.
La normativa nazionale - integrata da ulteriori misure a livello regionale - da lungo tempo individua come principio generale nella pianificazione degli spazi la necessità di procedere all’eliminazione delle barriere architettoniche da edifici, spazi pubblici e da luoghi aperti al pubblico, garantendo agli utenti con disabilità un elevato grado di fruizione. Affinché questo si realizzi in modo pieno, lo strumento principale individuato dalla legge è il Piano di eliminazione delle barriere architettoniche (Peba): ogni Comune e ogni Amministrazione pubblica sono tenuti ad elaborare questo strumento di pianificazione, implementandone poi i risultati in azioni reali di miglioramento dell’accessibilità per i cittadini con disabilità.
Cos’è il Peba
Introdotto originariamente nel 1986 e inizialmente limitato ai soli edifici, dal 1992 questo strumento ha visto ampliarsi l’ambito di applicazione agli spazi urbani, andando ad includere parchi, giardini, impianti sportivi, edifici pubblici, strade e marciapiedi. Tuttavia, come talvolta accade, la teorica obbligatorietà del Piano non rispecchia pienamente la pratica: nella nostra realtà, su 205 Comuni della provincia di Brescia, soltanto 82 si sono dotati di un Peba regolarmente approvato. Il restante 60% dei Comuni bresciani risulta inadempiente in materia.
La buona notizia è, però, che si sta assistendo ad un cambio di passo importante: infatti, se uno studio condotto da Regione Lombardia nel febbraio 2024 censiva soltanto 47 Comuni dotati di Peba nella nostra provincia, a due anni di distanza questo numero - come si è visto - è quasi raddoppiato, segnalando un’aumentata consapevolezza circa l’importanza di questo strumento.
Chi sì, chi no

Analizzando i dati, si nota che il primo Comune ad aver adempiuto all’obbligo è stato Brescia (nel lontano 2006), il secondo Orzinuovi (nel 2019). Un aspetto che invece emerge piuttosto nettamente è l’elevato grado di adesione da parte dei Comuni più piccoli. Questo per due ordini di ragioni: innanzitutto, essi hanno potuto beneficiare di contributi economici provenienti dalla Regione e destinati a supportare le spese necessarie a dotarsi di un Peba. Si tratta di finanziamenti che privilegiano i Comuni meno grandi, che quindi sono maggiormente motivati a procedere. In secondo luogo, la normativa lombarda garantisce ai Comuni dotati di Peba molteplici vantaggi nell’accesso a fondi che la Regione mette abitualmente a disposizione per realizzare interventi di rigenerazione urbana o di adeguamento strutturale di edifici e spazi pubblici.
I Comuni più piccoli beneficiano ampiamente di questa linea di credito, fondamentale per supportare dei bilanci spesso fragili; rinunciarvi è quindi impensabile e dotarsi del Peba è oggi la miglior garanzia per evitare che questo accada.
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