Le aree dismesse di Brescia occupano uno spazio grande come Adro

Il cartello è lì da così tanto tempo che non si legge quasi più. Un piano attuativo approvato, una lottizzazione prevista, qualche rendering che prometteva case, servizi, un piccolo parco. Poi nulla. A una spicciolata di chilometri di distanza, nel Comparto Milano, a ridosso del centro e a due passi dalla stazione ferroviaria e dal Vantiniano, si apre uno dei vuoti più esposti della città: un’area che, nell’arco degli ultimi decenni, più o meno a tutti è capitato di attraversare e la cui storia – ad essere sinceri – nessuno sa ancora davvero come finirà.
Aree dismesse
È la trama comune dei giganti dismessi, quelle aree un tempo iconiche, stracolme di aneddoti e racconti, «ambasciatrici» nel mondo della Brescia industriale e oggi rimaste orfane dell’anima che le aveva rese grandi e riconoscibili sul red carpet della provincia che produce.
La Regione, nel suo censimento, cataloga quelle che le sono state segnalate dai Comuni in 93 schede, un atlante di «ex» del Novecento: ex Reguitti ad Agnosine, ex Ferriera di Ceto, ex Cotonificio Ferrari di Palazzolo, ex Fornace a Poncarale, ex Cartierina a Toscolano Maderno. Un report che si deve rimettere al passo: ad aggiornarlo saranno i nuovi Piani di governo del territorio e il Piano territoriale di coordinamento provinciale (alias: Ptcp), strumenti sui quali le istituzioni sono al lavoro.
Le cifre datate 2025, comunque, non «sfigurano»: 1.100 ettari dismessi, un nuovo Comune in sostanza. Per tradurlo in immagini, l’estensione è pari a 1.540 campi da calcio, praticamente la superficie coperta dal lago d’Idro. Una porzione di territorio grande quanto Adro che «chiede» di essere riscritta.
Il rapporto Ispra
Eppure, l’ultimo rapporto Ispra (pubblicato l’anno scorso) mette in luce un potenziale cortocircuito. Eccolo: nonostante la mole di spazi «a riposo», la Lombardia resta la regione con il maggior consumo di suolo, superando i 300mila ettari cementificati, una progressione che non si ferma. E Brescia non fa eccezione: la nostra provincia è al secondo posto con 160,74 ettari in più consumati nel 2024 (224 campi da calcio).
Come mai allora molti di questi comparti sono rimasti solo promesse urbanistiche su carta se nel frattempo si consuma nuovo suolo? Perché la gran parte di queste aree non sono semplicemente vuote: sono inquinate. E le bonifiche richiedono anni e milioni. Per i siti orfani (quelli in cui il responsabile dell’inquinamento non è più individuabile o solvibile) il peso del preventivo ricade sui bilanci pubblici, per quelli che invece una proprietà ce l’hanno subentra un fattore che raramente si esplicita, ma che sempre pesa (e non poco): spesso il costo del risanamento supera il valore immobiliare finale dell’area.
Tutto è perduto quindi? Non proprio. Qualcosa si sta muovendo: in vista del nuovo Pgt del capoluogo, ad esempio, l’assessora all’Urbanistica Michela Tiboni ha sottolineato come «l’attenzione alle ragioni del lavoro» sia uno dei pilastri della variante generale, anche perché «più di qualche azienda ha chiesto spazi».

Un esempio concreto c’è: all’ex Pietra Curva (78mila metri quadrati tra le vie Dalmazia e Orzinuovi) con l’arrivo di Turboden si è visto un altro scenario possibile. Ed è in questi casi che il racconto cambia: per anni la rigenerazione è stata sinonimo di loft, uffici e alloggi di fascia medio-alta.
Oggi quell’approccio non trova più appeal: torna l’idea che un’area dismessa possa ospitare manifattura tecnologica, ricerca, produzione e che se proprio si devono costruire nuove case, il target non è certo quello del lusso bensì quello dei prezzi calmierati, sopportabili per un ceto medio in affanno. Perché rigenerare non è solo «mettere in sicurezza» o rendere uno spicchio di città più gradevole, è anche redistribuire potere e valore sociale.
Consumo di suolo
In quest’ottica e guardando alla storia recente che ci lasciamo alle spalle (in primis all’atlante di aree con grandi aspettative, rimaste però al palo), la domanda che viene da porsi è: riempire tutto subito è davvero la soluzione? Esiste da sempre la tentazione di occupare ogni vuoto appena possibile.
Ma «imbottire» tutto a tutti i costi non è necessariamente sinonimo di buona pianificazione. In fondo, una città non è solo l’insieme dei suoi edifici, ma anche degli spazi che lascia liberi. In un’epoca segnata dal cambiamento climatico, dalle isole di calore, dalla necessità di corridoi ecologici e infrastrutture verdi, lo spazio interno al tessuto urbano è una risorsa non rinnovabile.
Spazio libero come potenziale
Consumare meno suolo non significa soltanto evitare nuove espansioni in campagna. Significa anche saper distinguere tra rigenerazione funzionale e riempimento quantitativo. Non tutte le aree devono essere saturate oggi. Alcune possono diventare parchi urbani, altre spazi pubblici flessibili, altre ancora riserve di trasformazione per esigenze future che oggi non immaginiamo neppure (come è stato per il progetto di Turboden).
Spazio libero non è per forza fallimento, insomma: può essere potenziale. La pianificazione, se vuole essere lungimirante, deve saper accettare che una parte di città resti aperta, non predeterminata. Non come vuoto abbandonato, ma come margine di futuro.
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