Cronaca

L’accoltellato al Redona: «Ho rischiato la vita e non so perché»

Parla il 28enne colpito alle spalle il 12 gennaio 2025, che non porta rancore: «Vorrei che tutti insieme si lavorasse contro la violenza»
Paolo Bertoli

Paolo Bertoli

Giornalista

La scala il cui ha trovato rifugio il ragazzo aggredito
La scala il cui ha trovato rifugio il ragazzo aggredito

Ha 28 anni e fa il magazziniere. Ha un nome e un cognome nordafricani ma parla dialetto bresciano: «Ho sempre vissuto a Gottolengo, i miei sono arrivati qui nel 1988, dieci anni prima che nascessi».

È lui il ragazzo che la sera del 12 gennio 2025 è stato accoltellato alle spalle, colpito con una bottigliata alla testa e poi con uno storditore elettrico nel piazzale del centro commerciale Redona. Per l’aggressione ai suoi danni e per una serie di altre rapine, estorsioni e violenze, due mesi dopo, sette persone sono state arrestate e ora sono a processo: quattro in abbreviato e le altre con il rito ordinario.

La testimonianza

«Mi hanno colpito alla schiena con un coltello, mi hanno reciso una vena importante e ho rischiato di morire. E oggi se mi chiedi perché proprio non te lo so dire. Io quei ragazzi non li conosco e con loro non ho avuto niente a che dire. Penso addirittura che forse mi hanno confuso con qualche altra persona». E spiega nel dettaglio: «Io vengo poco a Brescia ultimamente, girano troppi ragazzini con i coltelli. Però quella sera mio fratello più piccolo voleva andare al “No Space” e l’ho accompagnato. Ma quello è un locale per ragazzini, io ero troppo grande, mi stufavo e dopo aver bevuto un paio di drink sono sceso al kebab al piano terra, a mangiarmi un panino intanto che lo aspettavo».

L’aggressione

Il piazzale in cui è avvenuta l'aggressione
Il piazzale in cui è avvenuta l'aggressione

Mentre il 28enne è nel locale si accorge che sul piazzale c’è un giovanissimo che conosce, è il figlio di un uomo per cui ha lavorato in passato e sta discutendo animatamente con dei nordafricani: «Sono uscito dalla porta con le patatine in mano, gli ho detto di smetterla di fare i bambini e di venire con me a mangiare un panino».

E questo ha scatenato la reazione. «Ho sentito mio fratello, che nel frattempo era sceso, dire qualcosa su un coltello ma non ho fatto neppure in tempo a girarmi che mi hanno colpito. Non ho sentito subito dolore, mi è arrivata la bottigliata in testa e mi sono preoccupato per la ferita, ho fatto per allontanarmi e solo allora ho visto il sangue. Con l’adrenalina a mille sono scappato verso il retro del locale e lì mi sono accasciato». Il resto è nei verbali della Polizia. La chiamata ai soccorsi, la corsa in ospedale e il ricovero in prognosi riservata.

Oggi il magazziniere non ha né paura né sete di vendetta: «Io non ho fatto niente, e ho capito che la violenza non porta da nessuna parte. Uno di loro mi ha contattato, chiesto di ritirare la denuncia ma non sarebbe giusto, deve fare i conti con le conseguenze delle sue azioni».

La scelta

Il giovane ha scelto la sua strada: «Tutti sono capaci di fare i matti ma bisogna sapersi limitare e avere presente le conseguenze. Ho saputo poi che questi ragazzi non erano stati fatti entrare nel locale perché avevano già fatto risse e rapine. Io credo che serva un impegno comune per cambiare questa situazione, per togliere dalla strada i coltelli. Ogni volta che un ragazzo straniero commette un reato crea problemi a tutti quelli che si impegnano, studiano, lavorano e rispettano le regole, e alle loro famiglie che fanno tanti sacrifici. Non ce lo meritiamo, dobbiamo cambiare le cose».

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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