Il murale di Nuvolera che ci interroga: da dove veniamo, dove andiamo

Domande che ci poniamo tutti, in silenzio, lasciando che passino veloci di fianco alla nostra coscienza, così come viaggiando in auto si sfiora il paesaggio. Ci vergogniamo di loro, quasi fossero banalità, cosa che non sono. «Da dove veniamo, dove andiamo, chi siamo?».
Una facciata fuori dall’ordinario
Questo è il titolo del murale di Nuvolera (luogo dal nome di per sé evocativo), che s’incontra sulla strada che da Brescia va verso la Valle Sabbia. È un imponente rettangolo di 1.000 metri quadrati, preceduto da un prato. Non si fa fatica a notarlo, poiché non ha il consueto aspetto delle facciate delle molte attività industriali che popolano questa strada.
Avete presente? Ci sono quelle discrete, che cercano di dissimulare la loro presenza, gli abomini e gli eco-mostri. Questa di Euromas (non è pubblicità, è il nome dell’azienda di estrazione del marmo che ha commissionato questa meraviglia a decorazione di un nuovo capannone) è una facciata che, fossero tutte così, la Gardesana sarebbe una pinacoteca.
L’affresco è ispirato a un’opera omonima di Paul Gaugin, datata 1897 e ora conservata a Boston. L’autrice, Vera Bugatti, l’ha realizzato nel 2025 con la collaborazione di Fabio Maria Fedele e Nicolò Belandi.

Lo intravedi, ti stupisci, passi oltre. Oppure giri l’auto, torni indietro e ti fermi a osservarlo, meglio se sei sotto la pioggia, che esalta ogni dettaglio e rende i colori più vividi. È insieme realistico e onirico, si muove scorrendo tra il vero e il sogno, l’immaginario e il tangibile. Come il Monte Cervino, pietra e forza, che si staglia sullo sfondo di questo capolavoro di street art. O lo scoiattolo, operosità e tenerezza. Monumentale, solo così può essere definito questo capolavoro contemporaneo che appare all’improvviso come una sorta di monolite, che ha un che di classico ma è proiettato nel futuro, appoggiato sul Tempo.
Figure, simboli e prospettiva
L’immagine, effetto 3D, appare diversa a seconda della prospettiva da cui la si guarda. La si coglie nella sua completezza solo da un punto segnato da un’apertura nel reticolato che la circonda. Magia della pittura anamorfica.
I personaggi escono dalla parete, chiamano a sé: la vecchia rannicchiata ha una borsa contenente un bonsai e la foto di un uomo (che ricorda Sandro Pertini), il bambino con un libro sulla cui copertina appaiono i filosofi/scienziati Pitagora e Filolao, il neonato cullato dall’albero, l’allegorica Primavera scarmigliata in una mini-arca con un’oca e un agnello, la ragazza che dorme tenendo in mano fiori e un cuore, forse il suo, e infine una nobile e acuta lince.
Stanno uno di fianco all’altro, collegati da un albero dal tronco contorno e da un monte alto e distante, a riassumere salde radici e ambiziose vette, legno e carne, pietra e sangue. Già, appunto, verso quale direzione andiamo con tanta fretta, noi che non sappiamo da dove siamo arrivati e non sempre ricordiamo il nostro vero nome?
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