Il difficile equilibrio tra tonaca e spada di un eroe del Risorgimento

Il racconto di Don Pietro Boifava, sacerdote e combattente delle X Giornate di Brescia, simbolo di un Risorgimento vissuto tra fede e impegno civile. Una figura complessa che scelse di lottare per la libertà senza rinunciare alla propria vocazione religiosa
La statua di Don Pietro Boifava, curato patriota e soldato
La statua di Don Pietro Boifava, curato patriota e soldato
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«In questa casa il 16.10.1879 chiudeva l’ardimentosa sua vita prodigo dei suoi miseri beni Don Pietro Boifava, curato patriota soldato, che, comandante eroico degli insorti dai Ronchi di Brescia nel marzo 1849 con ferrea tenacia contrastò all’austriaco il possesso dell’indomita città. Il popolo di Serle nel 1° centenario dell’epica gesta 1849-1949».

Un prete sulle barricate

Così è scritto sulla lapide posta sul muro dell’abitazione di Don Pietro Boifava. Altre iscrizioni commemorative sono presenti sia a Serle che a Brescia. La domanda è: come si fa a essere un sacerdote sull’altare e un guerriero sulle barricate? Lui l’ha fatto, chi può giudicarlo? Nella piazza del suo paese (piazza Don Pietro Boifava) è stata posta la sua statua, realizzata nel 2003 in marmo Botticino da Giampietro Moretti.

Nel monumento è raffigurato questo religioso che combatté durante le X giornate di Brescia. L’abito talare, slacciato, mostra abiti civili con la fascia intorno alla vita indossata dagli insorti (bianca, rossa e verde). In mano tiene salda un’arma da taglio.

Don Boifava era un omone grande e grosso che, oltre all’oggetto da offesa di cui sopra, girava con un fucile e due pistole e, appena iniziò l’insurrezione, partì per Brescia con un gruppo di suoi parrocchiani (fedeli in tutti i sensi).

Dalla rivolta all’esilio

Pose il quartier generale sui Ronchi di Brescia e li difese fino alla fine. Com’è noto quei dieci giorni si conclusero con la vittoria dell’esercito occupante e in fiumi di sangue.

Pietro, dopo aver impedito che i rivoluzionari sopravvissuti, inferociti per la crudele rappresaglia del nemico contro la popolazione inerme, si vendicassero sui soldati austriaci loro prigionieri, intraprese un lungo viaggio a piedi attraverso le montagne, diretto in Svizzera. Si fermò a Pezzaze. Era stanco e l’arciprete locale lo ospitò e lo sfamò.

Rimase oltreconfine per dieci anni. Quando il suo sogno di un’Italia libera divenne realtà era già tornato a casa. Continuò a fare il parroco a Serle, ma a partire dal 1860 gli capitò anche di fare il sindaco. Non imbracciò più il fucile.

Tra fede e libertà  

Fu un soldato solo per il tempo necessario e chissà quante volte chiese perdono per le vite che aveva tolto. Continuò ad aiutare i poveri e morì povero.

Avete presente Don Camillo e Peppone? Ecco, Don Pietro Boifava era tutti e due. E come loro partecipò a quella che fu la Resistenza della sua epoca. Decise di rimanere prete ma di lottare per cacciare l’invasore. Credeva in Dio, ma anche nella democrazia.

Pensate a quanto deve essere stato difficile per lui trovare un equilibrio tra la tonaca e la spada. Ammirate la statua (e la statura) di un uomo che ha voluto prendersi una responsabilità che poteva evitare, che ha lottato affinché le generazioni a venire, cioè noi, avessero la possibilità di decidere del proprio futuro.

Liberamente. In qualsiasi modo ciascuno la pensi, non possiamo deluderlo.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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