Cartoline bresciane

Comodamente seduti alla tavola del re degli agrumi

Dal lago di Garda con amore… e col profumo di limoni nell’aria
Frans Snyders, Natura morta
Frans Snyders, Natura morta

I limoni, l'oro del Garda. Quello in questione è uno solo e il dipinto che lo ritrae è esposto nel castello di Wawel, a Cracovia, solo dal 2022. L’agrume si trova, semisbucciato, con la scorza che scende dal piatto come un prezioso ricciolo biondo, in primo piano dentro una Natura Morta.

Nature morte in francese, Martwa Natura in polacco, Still Life in inglese e Stilleven in olandese, la lingua di Willem Claesz Heda da Haarlem, il quale realizzò questo olio su tela nel 1637. Celebre e apprezzato, era maestro assoluto della specialità artistica del banchetto monocromatico, ovvero tavole opulente con oggetti e cibi di lusso. In quest’opera il tono dominante è il bruno dorato, presente in ogni stoviglia, nelle pareti, finanche nelle pieghe della tovaglia e nella torta salata. In questa calma e calda penombra spicca il limone.

Pur essendo la Natura Morta qualcosa di intrinsecamente contemplativo, si percepisce la presenza di chi ha mangiato il pranzo e aperto il limone. L’orologio da tasca suggerisce il tempo che, malgrado l’apparente immobilità, scorre. Una riflessione sulla fugacità dell’esistenza, quindi.

Una caraffa, una tazza d’argento, un calice, un panno verde, piatti di peltro, una rara senapiera: ogni dettaglio è accurato. Ciascuna imperfezione - la tovaglia di lino stropicciata, il bicchiere di vetro rovesciato, il coltello e il cucchiaio entrambi sporchi, nocciole sparse qua e là, il pasticcio di carne e il cosciotto in parte mangiati - è voluta, come a voler sottolineare che la consunzione è l’altra faccia della perfezione.

E poi, in primo piano, Re Agrume. Bello fuori ma aspro dentro, veniva usato per stemperare il piacere del vino con l’acidità del suo succo. La buccia tagliata ne accelera la decomposizione: ciò dimostra che niente dura per sempre e insieme sottolinea che chi lo possedeva poteva concedersi il lusso di pelarlo. Era qualcosa di raro e prezioso, uno status symbol. Sapete da dove arrivava la gran parte di questi frutti d’oro? Dalle ripide limonaie della sponda bresciana del Benaco, appunto. Venivano raccolti con il picciolo, avvolti uno a uno in fogli di carta velina decorati da artisti bresciani (tali involucri erano diventati pezzi da collezione), circondati da paglia e foglie e chiusi in casse di legno. Dopo periglioso e arduo viaggio prima via barca, poi su carri trainati da cavalli o buoi, a dorso di mulo attraverso i passi alpini giungevano a Paesi Bassi, Germania, Russia e Polonia.

Per posarsi, belli come il sole (la loro freschezza non aveva concorrenza), sul desco di ricchi, nobili, re. Lì un limone del Garda poteva costare più di 200 euro attuali. Insomma, questi frutti bresciani erano gialli come l’oro e quanto questo metallo valevano. Per gente che grazie al loro commercio si era ripresa dalla carestia seguita alla peste del 1630 invece valevano molto, molto di più.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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