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Brescia e Hinterland

LA STORIA

Quando la Dc bresciana influenzava la corsa al Quirinale

Tonino Zana

Brescia e Hinterland
23 gen 2022, 06:00
Mino Martinazzoli e Giovanni Prandini - © www.giornaledibrescia.it

Mino Martinazzoli e Giovanni Prandini - © www.giornaledibrescia.it

Quando all’elezione del successore di Giuseppe Saragat, nel Natale del 1971, il presidente della Camera Sandro Pertini prese una scheda scottante dall’urna di vimini e lesse - prima solo mentalmente e poi fu conosciuta fino in Vietnam - «nano maledetto non sarai mai eletto», con allusione perfetta alla statura piccola del candidato Amintore Fanfani, si comprese la fine di una candidatura. Si disse che il mandante fu Andreotti, siccome perfino il comunista Paietta si rifiutò, almeno a voce, di accettare uno sgarbo del genere.

Circolavano troppa rabbia e troppi veti, Fanfani fu bruciato e il povero parlamentare bresciano, Annibale Fada, seguace strettissimo di Fanfani, seguace e gran lavoratore per l’elezione del suo capo corrente, ebbe un infarto e morì. Gli successe Mino Martinazzoli per via che il sindaco di allora, Bruno Boni tanto lo amò da indicarlo al posto di loro fanfaniani, pur essendo Mino Martinazzoli della corrente della sinistra di Base, basta che se ne andasse lontano da Brescia, con tutta la simpatia reciproca del caso. Andò così, dicono i più di ogni terra correntizia democristiana ancora oggi.

I parlamentari bresciani e non soltanto i parlamentari, ma pure l’economia e la chiesa cattolica, pensate al Papa Paolo VI e al presidente degli industriali nazionale, Luigi Lucchini, furono attenti all’elezione di alcuni presidenti della Repubblica e qualcuno dei parlamentari bresciani fu candidato al colle più alto di Roma. Candidato senza esagerazioni e senza soverchie fortune per la ragione che tutto si ricondusse al sistema impermeabile delle correnti di partito e chi aveva più veti che voti, poteva perlustrare il complicatissimo viaggio verso la cima del Quirinale.

Candidati e contendenti

Accadde a Mino Martinazzoli, seriamente e non come candidato di bandiera dopo la fine del mandato di Cossiga nel 1992, ma a Martinazzoli mancava la forza di risiedere a Roma, di resistere, di trattare, pochi veti sì ed anche con non molti voti, un’ambizione non sufficiente per buttare giù gli ostacoli, uno dopo l’altro. Però, nella contesa tra Forlani e Andreotti, Mino Martinazzoli si trovava felicemente ad essere terzo dopo che si erano consumate entrambe le candidature dei cavalli di razza. Giovanni Prandini, allora ministro dei Lavori Pubblici, fu teso fino alla fine a sostenere il suo Forlani, il quale, in verità, è appartenuto alla categoria di quei leader pronti ad accettare e ancora più pronti a lasciar perdere semmai la contesa si faceva troppo aspra.

Giovanni Prandini è stato ministro dei Lavori pubblici

Prandini e Martinazzoli, nelle elezioni del 1992 stavano entrambi nel Consiglio dei ministri, entrambi meno conflittuali una volta lontani da Brescia, non condizionati dal martinazzolismo e dal prandinismo, trovavano modo di ragionare con cautela, sapendo bene di appartenere a due correnti non troppo lontane e non sufficientemente vicine, siccome i forlaniani di derivazione fanfaniana avevano nel loro «dna» una struttura di sinistra sociale non dissimile dalla sinistra ufficiale democristiana, anche se nel tempo si erano andate divaricando. L’on. Franco Salvi, tra i segretari influenti di Aldo Moro, sarebbe andato con lui al Quirinale se lo statista democristiano fosse tornato dalla cosiddetta prigione delle Brigate Rosse e tutti sapevano, anche i sassi di Roma, che il presidente della Dc sarebbe stato votato da un ampio ventaglio parlamentare.

L’operazione Pedini

Il ministro Mario Pedini, tra i riferimenti autorevoli del doroteismo democristiano, molto stimato da Franco Salvi e da Aldo Moro, capi dorotei a loro tempo, ma sostanzialmente stimato da tutta la Dc bresciana e nazionale, aveva sempre insistito affinché i parlamentari democristiani di ogni corrente formassero un patto di amicizia a cui dovevano obbedienza nei frangenti più delicati della vita repubblicana, compreso il Quirinale. Non riuscì nell’intento. Nel governo votato a larghissima maggioranza il 16 marzo 1978, giorno dell’attentato a Moro, Pedini divenne ministro della Pubblica istruzione.

Non riuscendo «l’operazione Pedini» ogni bresciano del Parlamento seguì l’itinerario della propria corrente. Molti sostengono, ieri ed oggi, che se Marta e Maria, come li aveva definiti con ironia e amicizia il presidente degli industriali Lucchini, cioè «Marta» Prandini, famoso per la sua vena di operatività e «Maria» Martinazzoli altrettanto famoso per l’altrettanta e non opposta vena estetica si fossero messi d’accordo, il Quirinale sarebbe appartenuto molto di più ai bresciani.

La volta buona

Mino Martinazzoli fu molto vicino al Quirinale nel 1992

Fatto sta, e i testimoni potrebbero parlare, che Mino Martinazzoli nella tragica elezione del 1992 si avvicinò molto al colle del Quirinale. Dopo la caduta di Andreotti, fu da lui avvicinato per un’offerta testimoniata di voti. Ma, di più, il ministro Vito Gnutti, tra i capi più vicini alla Lega, nella sua casa di Brescia, ospitò Bossi e Martinazzoli e in quella notte il capo del Carroccio offrì a leader bresciano i voti verdi del suo movimento-partito per l’elezione a capo della Repubblica. Martinazzoli sorrise e parlò d’altro, a Roma avrebbe dovuto trattare con il segretario del partito De Mita, con Forlani, Andreotti e compagnia bella, ma il 23 maggio, a Capaci ci fu l’orrendo attentato in cui morirono Giovanni Falcone, la sua consorte e gli agenti della scorta.

A quel punto, fu indicato da Pannella il presidente del Senato Oscar Luigi Scalfaro e in un clima da colpo di Stato ne seguì l’elezione. Martinazzoli aveva lavorato molto con Falcone, insieme costruirono la strategia del maxi processo, tutto compreso con tanto di bunker e in un clima di richiesta di pulizia morale, Martinazzoli avrebbe potuto ambire con più di una probabilità a diventare il presidente della Repubblica. Pensate per un attimo allo squadrone bresciano della vita sociale italiana: i politici Mino Martinazzoli, Gitti, Padula, Prandini, Pedini, e personalità di peso come Nanni Bazoli, Luigi Lucchini, Giuseppe Camadini, papa Montini, il cardinal Re, Guido Carli, eccetera. Oggi i partiti hanno come riferimento i loro capi, direttamente, le correnti (a parte il Pd, flebilmente, e qualcosa d’altro) sono in catacomba e l’elezione del Presidente della Repubblica non sente per niente di brescianità. Sembriamo degli esterni in una partita giocata in un altro campo.

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