«Quando avrei potuto aiutarla lei non accettava di farsi aiutare e quando lei lo ha accettato era ormai troppo tardi: per lei non potevo fare più nulla. Il senso di impotenza che ti assale è micidiale e da genitore, per quanto io abbia fatto non posso perdonarmi perché pensi sempre a quel che non hai fatto o a quel che avresti potuto fare diversamente». Non sono passati nemmeno due mesi - era il 30 novembre scorso - da quando il dirigente calcistico di lungo corso Giorgio Perinetti ora all’Avellino («il lavoro mi sta aiutando tantissimo») e un fresco passato al Brescia, ha visto spegnersi in un letto d’ospedale la figlia di 34 anni Emanuela. Era arrivata a pesare 33 kg, inghiottita da un abisso personale che ancora oggi per papà e la sorella Chiara non trova spiegazione.
Direttore, che ricordo è oggi Emanuela?
«Non è un ricordo, è presenza. Le parlo tutte le notti. Ma mia figlia mi manca e mi mancano i nostri momenti più intimi come gli incontri a Milano per colazione, le telefonate quotidiane. Delle mie due figlie lei era quella più espansiva nei miei confronti, sempre attenta a come stessi, si raccomandava con tutti che mi riguardassi e al di là delle affinità caratteriali, per via dei nostri lavori in ambito calcistico ci confrontavamo molto anche sulle idee. Tutto questo mi manca enormemente».




