Il linguaggio del corpo traduce la serenità di chi si è messo alle spalle l’inverno da impatto in cui il centrosinistra era piombato durante la competizione interna (consumata sulla pubblica piazza) per scegliere chi, dopo Emilio Del Bono, avrebbe guidato la coalizione. Gli occhiali «scivolati» sul naso, le gambe accavallate, la scenografia informale del bar di quartiere: dopo settimane vissute da protagonista nell’ombra, Valter Muchetti - insieme a Federico Manzoni fino a sabato nell’elenco dei delfini del sindaco per riceverne l’eredità politica - infrange il muro di silenzio. «Finora non ho mai parlato, nonostante abbia sentito su di me parole fuori luogo e posizioni personalistiche denigratorie. Non perché non sapessi cosa dire, ma perché intromettermi nel lavoro delle segreterie mi pareva inopportuno». L’assessore lo esplicita: vuole parlare «ai cittadini che in me vedono un punto di riferimento». E dice: «Io ci sono stato, ci sono e ci sarò. Il lavoro della segreteria ha portato alla scelta di Laura Castelletti. Voglio togliere ogni dubbio: è per me un’ottima candidatura».
Endorsement
Sul suo rapporto con il collega Manzoni («competitor», se così è consentito dire, di queste ultime settimane) smorza i retroscena e facendolo scoperchia anche il vaso delle differenze di stile: «Anche Federico è una risorsa per il Pd e per la città, è un bravo amministratore. C’è stata una fisiologica competizione tra noi: siamo talenti diversi e di questo bisogna tenerne conto».
L’arringa ai suoi

La stilettata al centrodestra c’è: «La città non ha bisogno di uno sceriffo, ma di un sindaco e di una coesa squadra di governo che non alimenti tensioni sociali. Non vengano a dirmi come si ascoltano i quartieri: non accetto lezioni da improvvisati guru delle periferie». Ma la risposta che tutti aspettano è «sì, sono a disposizione per il ruolo di vicesindaco. La scelta è dell’Assemblea cittadina che dovrà votare e decidere quanto prima». Il secondo atto del discorso è quello più politico, un’arringa sulle carte che ha da giocare. «Io offro al Pd la mia storia di uomo e di amministratore. L’obiettivo non è aggiungere righe al proprio curriculum, ma vincere la città. Il nostro impegno dev’essere ampliare la base elettorale e le persone scelgono i propri amministratori anche in base alla loro capacità di risolvere e rispondere ai problemi».
Cita Bruno Boni, emblema del politico tra la gente e aggiunge: «Penso di aver lavorato bene e sempre in silenzio. Ripeto: abbiamo talenti diversi. Qualcuno ha una capacità di ascolto e una empatia più spinte. Ho fatto politica senza progetti ideologici e mantenendo il contatto con la gente. Se il Pd diventa il partito delle Ztl è perché ha smesso di parlare con la gente che è nelle vie, nelle piazze e nelle feste: se lì ci sei comprendi la lingua, se continui ad avere un atteggiamento dogmatico perdi il contatto con la realtà. Io sono popolare e lo rivendico». Il messaggio diretto alla corrente avversaria è diretto: «Faccio politica per le persone e tra le persone: credo che questo stile semplice, e non semplicistico o sempliciotto come qualche studiato compagno di partito vuole fare emergere, consenta di entrare in relazione con le persone». L’arringa risulterà tanto efficace da consegnare a Muchetti il ruolo di vice?
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