Quattro secondi annullano il silenzio di mesi. Tanto ha impiegato il 60enne kosovaro Kadrus Berisa, per ammettere di aver ucciso l’ex compagna Viktoriia Vovkotrub, la donna di origini ucraine morta a novembre scorso e poi seppellita nella bocciofila abbandonata in via divisione Acqui a Brescia. L’uomo aveva fatto ritrovare il cadavere dieci giorni dopo il delitto, ma mai aveva confessato.
L’ammissione è arrivata in apertura del processo, con una dichiarazione spontanea, davanti alla Corte d’Assise. I suoi legali, gli avvocati Alessandro Bertoli e Mauro Bresciani, hanno chiesto e ottenuto una perizia psichiatrica per valutare la capacità di intendere e volere al momento del fatto attraverso le neuroscienze. «Studiare il cervello, capire se ha un deficit genetico e analizzare le aree cerebrali» sono state le richieste della difesa. L’esame partirà dal prelievo del Dna per sequenziare il profilo genetico e capire se è presente la mutazione del «gene guerriero», un gene che con la proteina monoammino-ossidasi A spinge una persona all’aggressività. La Corte ha ammesso la perizia e nella prossima udienza del 24 novembre sarà conferito l’incarico al professor Giuseppe Sartori.
Kadrus Berisa è accusato di omicidio aggravato dalla crudeltà e dalla premeditazione, occultamento di cadavere, stalking e maltrattamenti. «Ti colpisco alla testa e non sul corpo così nessuno ti vede quando vai al lavoro» è una delle minacce riportate nel capo di imputazione. Sarebbe arrivato, nel 2019 durante un litigio, anche a «tagliare le vene alla donna all’altezza dei polso sinistro con il vetro di una bottiglia, provocando la lesione completa del tendine». E quando Viktoriia lo aveva lasciato iniziando una relazione, disse al bar facendosi sentire dai presenti: «O torni con me o cambi città. Qualche giorno te la faccio pagare. A te e a lui. Sono io che lascio le donne e non le donne che lasciano me».



