Saranno stati i colori (quel bianco che spezza il rosso su fondo blu, in perfetto stile Usa), saranno state le bandierine consegnate all’entrata e sventolate in sala, sarà stato l’auditorium stracolmo, quasi compresso dai circa 700 sguardi entusiasti sparsi in platea, accovacciati sulle scale, in piedi a chiudere la sala, ma l’ingresso è stato quasi presidenziale.
Lei, in un color block a contrasto con mise nera e giacca avorio, aspetta qualche minuto prima di occupare il palco dell’auditorium Balestrieri: si consulta con lo staff, abbraccia gli amici che arrivano al fotofinish, non nasconde l’emozione palpabile. Poi entra: in sottofondo c’è il ritmo grintoso del «Rock & roll» di Gary Glitter che la accompagna lungo la scalinata e che viene spezzato da applausi, urla, incoraggiamenti. Si parte: per Laura Castelletti è l’ora dell’ uscita pubblica sul programma.
Visione
Sul palco, però, Castelletti non vuole salire per prima e, soprattutto, non vuole salire da unica protagonista («perché - spiega - l’immagine della donna sola al comando è qualcosa che non mi appartiene»): si accomodano infatti - per rimanerle attorno in semicerchio, quasi ad abbracciarla - i più giovani delle otto liste del centrosinistra che la sostengono.
L’affondo agli avversari arriva proprio sullo stile della campagna elettorale: «Questo camuffamento civico di Fabio Rolfi, che parla di centrodestra urbano e che tra poco dirà anche che non ha mai votato Lega, è imbarazzante: stanno arrivando le cavalcate di assessori regionali e di ministri, a cui noi invece chiediamo una sola cosa: che abbiano cura di Brescia perché finora non ci hanno trattato tanto bene».
Prospettiva
Il leggìo di fronte, i giovani attorno, Laura Castelletti prende il microfono e condivide «il tuffo al cuore» di quest’avventura. Ripercorre i successi di dieci anni di governo e quelli a un passo dal traguardo: la futura inaugurazione del teatro Borsoni, la sfida della partecipazione nei quartieri, l’impegno per le bonifiche. E proprio dall’ambiente, da quella «transizione climatica fondamentale» decide di (ri)partire: «Il programma è un cantiere perché la città cambia. Brescia si è trasformata e serve non fermarci: accanto alle idee e alla serietà bisogna anche osare: se non lo avessimo fatto non saremmo Capitale della Cultura e non avremmo il Parco delle Cave».
È però il momento della prospettiva: «Dobbiamo avviare la bonifica della Caffaro che è già instradata, completare l’abbraccio verde alla città e, soprattutto, ci candidiamo a diventare European green capital: è una sfida grande, in questi giorni stiamo inviando una sorta di curriculum».
L’altro grande filone è quello sociale: un piano per recuperare mille alloggi a prezzi calmierati (tra operazioni in corso, come il borgo Tintoretto e un accordo con i privati), l’anagrafe delle fragilità e la badante di condominio «per intercettare le persone anziane sole», un ambulatorio per quartiere, musei gratis per i residenti per i prossimi 5 anni «per consentire a tutti di andare al museo come in biblioteca» e la promessa: «Staremo col fiato sul collo alla Regione sulla sanità».
La chiusura è affidata al suo numero due, Federico Manzoni, che vuole sconfessare i clichè «che il centrodestra tenta di darci: dicono che siamo radical chic, ma noi siamo stati sempre nelle sale civiche, mai negli in hotel a 5 stelle e ricordo che alla destra di Rolfi non c’è nessuno». Il leitmotiv sono i «dieci anni di buon governo». Un biglietto da visita che fa dire al centrosinistra «squadra che vince, non si cambia».
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