Stavolta l’ho guardato. Non come quando da bambino l’infermiera minacciò addirittura di chiamare i carabinieri per convincermi a darle il braccio. Non come ho poi sempre fatto, anche diventato adulto, per ogni prelievo di sangue: occhi rivolti verso il soffitto. Non come lo scorso autunno per l’antinfluenzale, quando scrutavo il pavimento. Stavolta no, l’ago l’ho guardato, l’ho fissato senza paura, l’ho osservato mentre mi bucava il braccio e nel momento in cui è stato estratto.
Avrei voluto anche dirgli grazie, ma mi è sembrato più corretto farlo con la dottoressa e l’infermiera che in pochi minuti nell’ambulatorio di via Morelli ieri mattina mi hanno vaccinato contro il Covid-19. Sì, quel momento lo aspettavo da tempo. Senza rivendicare prelazioni o precedenze, ci mancherebbe, da volontario della Croce Bianca ero in attesa di una convocazione in virtù del piano regionale che aveva inserito i soccorritori tra le categorie «privilegiate». E come un privilegio ho vissuto quei momenti, per la gioia di tagliare un traguardo che significa rinascita per tutti.
Ma ora abbiamo una via d’uscita, una porta d’ingresso nel futuro: quell’ago mi ha iniettato il vaccino, quello straordinario prodotto di intelligenze e fatiche che progressivamente ci consentirà di essere di nuovo liberi di condurre la nostra vita. Senza paura, men che meno quella di guardare un ago.




